domenica 23 settembre 2012

Ad esempio a me piacciono i pidocchi




"Con mia madre che mi voleva molto bene, andavo, da luglio a ottobre, in villeggiatura. Mangiavo il pane dei contadini, che di nascosto mi facevano bere il loro vino anche a mezzi bicchieri per volta. Io stavo quasi tutti il giorno insieme con i loro ragazzi, a cui insegnavo a rotolarsi giù per le balze del tufo sodo, a fare gli archi con una frusta o con un laccio delle scarpe. Senza che ne avessimo bisogno, andavamo a rubare negli altri campi; e, così, mangiavo tante pesche, la maggior parte acerbe, che mi sentivo la pancia più dura d'un muro. E noi ci divertivamo a picchiarci, vicendevolmente, cazzotti sopra.  M'ero fatto scuro e grasso: bestemmiavo e cantavo lungo i borri in fondo alle vallate, camminando tra i roghi, le canne e i pioppi; che si sentivano tremare sotto le nostre mani. Qualche volta andavamo a pesticciare sui seminati, scappando a tempo con le scarpe che non si alzavano più da quanto fango c'era rimasto attaccato. Ma ero contento di non portare più il colletto e d'avere una giubba non meno rattoppata di quella dei miei amici. Ci sentivamo con un mezzo fischio, ci capivamo a volo storcendo appena la bocca o alzando le sopracciglia e raggrinzando la fronte: certe nostre risate avevano significati impossibili agli altri; e, ormai, non c'erano più nascondigli dentro i quali non fossimo stati. O zufoli di canne e di buccia di castagno! O fruste agili e inflessibili, con le quali qualche volta ci segnavamo le gambe nude! O ginocchi incrostati di sudicio, pieni di ferite e di lividi! O dormite fino alla mattina, finché non m'avevano chiamato due o tre volte! E chi dirà la mia gioia quando, grattandomi i capelli con l'unghie, la mamma mi disse che m'avevano attaccato i pidocchi?"

Tratto da Bestie di Federigo Tozzi



"Ad esempio a me piace la strada col verde bruciato magari sul tardi 
macchie più scure senza rugiada coi fichi d'India e le spine dei cardi 
 Ad esempio a me piace vedere la donna nel nero nel lutto di sempre 
sulla sua soglia tutte le sere che aspetta il marito che torna dai campi 
Ad esempio a me piace rubare le pere mature sui rami se ho fame
 e quando bevo sono pronto a pagare l'acqua che in quella terra è più del pane 
Camminare con quel contadino che forse fa la stessa mia strada 
parlare dell'uva, parlare del vino che ancora è un lusso per lui che lo fa 
Ad esempio a me piace per gioco tirar dei calci a una zolla di terra
 passarla a dei bimbi che intorno al fuoco cantano giocano e fanno la guerra 
Poi mi piace scoprire lontano il mare se il cielo è all'imbrunire 
seguire la luce di alcune lampare e raggiunta la spiaggia mi piace dormire"

mercoledì 19 settembre 2012

Impressioni artistiche di un bambino



"Il pittore era uno con la barbetta e aveva una moglie sua concubina, come si usava tra i pittori. Lui dipingeva sempre lei nuda, poi vendendo questi quadri scandalosi con la moglie spogliata. Io mi stupivo di questo fatto. Però non sapevo cos'è l'arte perché non ne avevo mai sentito parlare.
Mio padre ha cominciato ad andare a vedere questi quadri del suo amico pittore, e dava pareri come un celebre esperto. Non so dove se li andava a inventare quei discorsi, ma ne faceva certi da lasciare di stucco.
Poi un giorno a mio padre gli salta perfino in testa di fare un debito per comprare due di questi quadri. E ce li porta a casa.
Mia madre a vedersi davanti due nudi di donna spogliata ha spalancato gli occhi, contraria ad averceli in casa. La madre ha sprecato molte parole, ma il padre ha risposto: qui comando io.
Dunque adesso abbiamo due quadri scandalosi attaccati al muro.
Al mio disgraziato fratello non gli dispiacevano, e lo vedevo come andava a dare occhiate  di nascosto a quei quadri.
Questa moglie del Barbetta aveva due grosse tette che anch'io mi guardavo da vicino montando sopra una sedia. E andavo a prendere una lente di ingrandimento per vedere meglio come sono fatte. Nel quadro questa donna era sdraiata come un po' addormentata su un divano, con una mano che si gratta il mento e l'altra mano sulla topa, per tenerci sopra un velo. Io sulla mia sedia guardando da vicino spiavo tra le sue dita, e speravo molto di vedere cosa c'è sotto il velo. Ma questo neanche con la lente d'ingrandimento si riusciva a vedere.
Siccome nella mia classe scolastica si facevano molte discussioni sulla topa delle donne, e c'era un ripetente che l'aveva vista e sapeva descriverla alla perfezione, a me era nato questo genere di curiosità. Ho preso un temperino e andavo a scrostare dove c'è il velo, per vedere cosa c'è sotto. Ma sotto il velo c'era la tela e non la topa. Ci sono restato un po' male. Mio padre l'avevano imbrogliato, ma io non potevo dire niente, dunque ho tappato il buco con pane masticato."

Tratto da La banda dei sospiri di Gianni Celati

lunedì 10 settembre 2012

Lo scrittore surrealista per bambini che odiava i bambini


Bellissimo pezzo di Paolo Nori che tratta dello scrittore surrealista per bambini Daniil Charms, che odiava i bambini




Daniil Charms (Pietroburgo 1905 – Leningrado 1942), a leggere le cose che ha scritto, si fa fatica a dire di cosa parlano, anche se credo sia possibile individuare alcune ricorrenze, per esempio la sua avversione, testimoniata anche da chi lo conobbe, per i bambini, che stupisce ancora di più se si considera che Charms, in vita, fu, sostanzialmente, uno scrittore per bambini, e, come scrive il suo biografo Aleksandr Kobrinskij, se si considera che «per alcuni decenni, a cominciare dalla metà degli anni cinquanta, vale a dire dal momento in cui fu di nuovo possibile nominarlo, intere generazioni di bambini sovietici crebbero con le poesie e i racconti per l’infanzia di Charms, che erano stati ripubblicati con tirature considerevoli».
Questo affetto dei bambini nei confronti di Charms e delle sue opere (anch’esso testimoniato dai contemporanei), suona in un modo strano se si considerano alcuni passi delle opere per adulti, di Charms (pubblicate queste, in Unione Sovietica, più tardi, in frammenti a partire dalla fine degli anni 60 e in volume dai tardi anni ’80). 
Per esempio, in un frammento senza titolo del 1938, si legge:
"Mi chiamano cappuccino. Per questo mi toccherà strappare le orecchie a qualcuno, ma adesso, quello che non mi dà pace, è la gloria di Jean-Jacques Rousseau. Perché sapeva tutto? E come fasciare i bambini, e come maritar le ragazze. Piacerebbe anche a me, saper tutto. Io poi so già tutto, solo non ho fiducia nelle mie conoscenze. Sui bambini io so con certezza che non bisogna fasciarli per niente, bisogna distruggerli. Per questo farei in città una buca centrale e ci butterei i bambini. E perché dalla buca non venisse puzza di decomposizione, una volta la settimana ci si potrebbe aggiungere la calce viva. Nella stessa buca ci spingerei anche tutti i pastori tedeschi."

E, in un pezzetto intitolato Riabilitazione, si legge:
"Posso dire modestamente che quando Volodja mi ha picchiato in un orecchio e mi ha sputato in fronte io gli ho dato una di quelle strette che non se la dimentica. Subito dopo l’ho picchiato con il fornello da campo, invece con il ferro da stiro l’ho picchiato di sera. Di modo che non è morto proprio subito. Questo non significa che gli ho strappato la gamba di giorno. Allora era ancora vivo. Andrjuša invece l’ho ucciso per inerzia, e di questo non mi sento di farmi una colpa. Perché Andrjuša e Elizaveta Antonovna mi sono capitati tra i piedi? Non avevano nessun motivo di saltar fuori dalla porta. Mi accusano di essere sanguinario, dicono che ho bevuto del sangue, ma questo non è vero, ho leccato le macchie e le pozze di sangue; è il naturale desiderio di una persona di cancellare le tracce del suo, anche se insignificante, delitto. E poi non ho violentato Elizaveta Antonovna. Prima di tutto, non era più vergine, e secondo io ho avuto a che fare con un cadavere, che non si lamentava. E cosa c’entra il fatto che era incinta? L’ho estratto io il bambino. E che non fosse più vivo, non è colpa mia. Non sono io che gli ho strappato la testa, è che aveva il collo sottile. Non era fatto per questa vita. È vero che con gli stivali ho spalmato sul pavimento il loro cane. Ma è un bella dimostrazione di cinismo accusarmi di aver ucciso un cane quando lì vicino, per così dire, erano state distrutte tre vite umane. Il bambino non lo conto. Bè, va bene: in tutto questo (posso essere d’accordo), si può vedere una certa crudeltà da parte mia. Ma considerare un delitto il fatto che io mi sono seduto e ho defecato sulle mie vittime, questo, scusate, è assurdo. Defecare è una necessità naturale e di conseguenza affatto delittuosa. Perciò capisco l’apprensione del mio difensore, ma spero ugualmente in una assoluzione con formula piena."

Una cosa insomma che mi stupisce, in Charms, è che le cose che scrive non mi dovrebbero piacere e invece mi piacciono.
Ci sono certi suoi scritti, brevissimi, che mi ricordano l’inizio di quella poesia di Angelo Maria Ripellino «Sono uno zolfanello, ardo di botto, in un prestissimo consumo il mio dappoco», e metto qua sotto una brevissima serie di questi dappoco:
"A me piacciono solo le giovani donne sane e formose. Per gli altri rappresentanti dell’umanità nutro diffidenza."

"Può darsi che sul pianeta Marte ci sia qualcuno più intelligente di me. Sul pianeta Terra ne dubito fortemente."
"Prova a conservare l’indifferenza, quando finiscono i soldi."
"Sterminare bambini è una cosa crudele, ma con loro qualcosa bisogna pur fare."
"Quando compri un uccello, guarda se ci sono i denti o se non ci sono. Se ci sono i denti, non è un uccello."

C’è una specie di crudeltà, una specie di cinismo, una specie di sfrontatezza insensata che si ritrova anche nelle opere più celebri, di Charms, come un pezzetto senza titolo del 1937
"C’era un uomo rosso di capelli, che non aveva occhi né orecchie. Non aveva nemmeno i capelli, tanto che lo dicevano rosso convenzionalmente. Parlare non poteva, dato che non aveva la bocca. Nemmeno il naso aveva. Non aveva neppure le mani e i piedi. E il ventre non aveva e la schiena non aveva e la spina dorsale non aveva, né aveva viscere di nessun tipo. Non c’era niente. Quindi non si capisce di chi si tratti. Meglio che di lui non parliamo più."
O un altro pezzetto intitolato Vecchie che si ribaltano:

"Una vecchia, per la troppa curiosità, s’è ribaltata dalla finestra, è caduta e s’è sfracellata. Dalla finestra s’è sporta un’altra vecchia, e ha cominciato a guardare in giù quella che si era sfracellata ma, per la troppa curiosità, s’è ribaltata anche lei dalla finestra, è caduta e s’è sfracellata. Poi dalla finestra s’è ribaltata una terza vecchia, poi una quarta, poi una quinta. Quando s’è ribaltata la sesta vecchia mi sono stancato di guardarle, sono andato al mercato Mal’cevskij, dove, dicevano, a un vecchio cieco avevano regalato uno scialle fatto a mano."

E la stessa crudeltà, lo stesso cinismo, la stessa sfrontatezza sono gli strumenti che Charms usa quando deve raccontare se stesso, per esempio in questo pezzetto in cui parla della sua nascita:
"Adesso racconto come sono nato, come sono cresciuto, e come si sono manifestati in me i primi segni del genio. Io sono nato due volte. 
È successo così. Mio babbo ha sposato mia mamma nel 1902, ma i miei genitori mi han messo al mondo solo alla fine del 1905, perché mio babbo voleva assolutamente che suo figlio nascesse il primo gennaio. Il babbo aveva calcolato che il concepimento dovesse aver luogo il primo di aprile, e solo quel giorno si è avvicinato alla mamma al fine di concepire un bambino. 
La prima volta il babbo si è avvicinato alla mamma il primo aprile del 1903. La mamma aspettava da tempo questo momento, e se ne è molto rallegrata. Ma il babbo, si vede, era proprio in vena di scherzi, e non si è trattenuto e ha detto alla mamma – Pesce d’aprile! La mamma si è offesa moltissimo, e per quel giorno non ha permesso al babbo di avvicinarsi. È toccato aspettare l’anno successivo.
Il primo aprile 1904 il babbo ha ricominciato ad avvicinarsi alla mamma con lo stesso fine. Ma la mamma, ricordando il caso precedente, ha detto che non voleva più far la figura della stupida, e di nuovo non ha permesso al babbo di avvicinarsi. Per quanto il babbo si agitasse, non c’è stato niente da fare.

Ed è stato soltanto l’anno dopo che mio babbo è riuscito a vincere le resistenze di mia mamma e a concepirmi.
Così, il mio concepimento ha avuto luogo il primo aprile 1905.
Tutti i conti del babbo, però, sono andati a farsi benedire, perché io sono risultato prematuro e sono nato quattro mesi prima del previsto.
Il babbo si è infuriato talmente che la levatrice che mi aveva preso si è spaventata e ha cominciato a rificcarmi nel posto da dove ero uscito.
Uno studente dell’accademia medico-militare che assisteva al parto ha dichiarato che a rificcarmi dentro non ci sarebbero riusciti. Tuttavia, nonostante le parole dello studente, a rificcarmi dentro ci sono riusciti, ma, per la fretta, non nel posto giusto.
A questo punto è cominciata una terribile baraonda. La puerpera grida – Datemi il mio bambino! – E le rispondono: – Il suo bambino, – le dicono, – si trova dentro di lei. – Come, – grida la puerpera, – come sarebbe, dentro di me, se l’ho appena partorito! – E se si sbagliasse? – dicono alla puerpera. – Come, – grida la puerpera,
– come faccio a sbagliarmi! Come se potessi sbagliarmi. Ma se un attimo fa ho visto il bambino qui sul lenzuolo!
– È vero, – dicono alla puerpera, – però, forse, si è infilato da qualche parte –. In poche parole, non sapevano neanche loro che cosa dire alla puerpera.
E la puerpera strepita e chiede che le diano il suo bambino.
È toccato chiamare un medico esperto. Il medico esperto ha visitato la puerpera e ha allargato le braccia, poi ha capito la situazione e ha dato alla puerpera una buona dose di sale inglese. Alla puerpera è venuta la diarrea, e in questo modo io sono venuto al mondo per la seconda volta.
A questo punto il babbo ha ricominciato a dare in escandescenze, che secondo lui questa, diceva, non si poteva ancora chiamare una nascita, che questo, diceva, non era ancora un uomo ma piuttosto un mezzo embrione e che bisognava rificcarlo dentro, oppure metterlo nell’incubatrice.
Allora mi han messo nell’incubatrice."

Ma in particolare, tra le cose di Charms che mi è capitato di leggere, c’è una lettera che io mi son sempre chiesto di cosa parlasse e non ho mai saputo rispondere, questa qui:
"Caro Nikandr Andreevič,
ho ricevuto la tua lettera e ho capito subito che era tua. All’inizio avevo pensato che magari non fosse tua, ma quando l’ho aperta ho capito subito che era tua, mentre prima avevo pensato che magari non fosse tua. Sono contento che è già un po’ che ti sei sposato, perché quando uno si sposa con quella con cui si voleva sposare, vuol dire che ha ottenuto quello che voleva. Per questo sono molto contento che ti sei sposato, perché quando uno si sposa con quella che voleva, vuol dire che ha ottenuto quello che voleva. Ieri ho ricevuto la tua lettera e ho pensato subito che era tua, poi ho pensato che sembrava che non fosse tua, l’ho aperta, ho guardato, era proprio tua. Hai fatto proprio bene a scrivermi. Prima non mi scrivevi, poi tutto d’un tratto mi hai scritto, anche se anche prima, prima di non scrivermi per un po’, tu m’avevi scritto. Subito, appena ho ricevuto la tua lettera, ho deciso subito che era tua, e poi sono molto contento che ti sei già sposato. Perché se uno ha voglia di sposarsi, bisogna che si sposi senza meno. Per questo sono molto contento che tu, alla fine, ti sei sposato proprio con quella con cui ti volevi sposare. E hai fatto proprio bene a scrivermi. Sono stato molto contento quando ho visto la tua lettera, e ho perfino pensato subito che era tua. A dir la verità, mentre l’aprivo, ho pensato che magari non fosse tua, ma poi ho deciso che era tua in ogni caso. Te ne ringrazio molto e sono molto contento per te. Tu, forse, non sai spiegarti perché sono così contento per te, te lo dico subito, sono contento per te perché ti sei sposato, e proprio con quella con cui ti volevi sposare. E è proprio bene, sai, sposarsi proprio con quella con cui ci si vuole sposare, perché così si ottiene quello che si vuole. Ecco perché sono così contento per te. E sono contento anche che mi hai scritto una lettera. Fin da subito avevo deciso che la lettera doveva essere tua, l’ho presa in mano e ho pensato: e se per caso non è tua? Poi ho pensato: ma no, certo che è tua. Apro la lettera e intanto penso: è tua o non è tua? È tua o non è tua? Bè, come l’ho aperta, l’ho visto subito, che era tua. Sono stato molto contento e ho deciso di scriverti anch’io una lettera. Ho molte cose da raccontarti, ma non ho proprio tempo. Quello che ho potuto, te l’ho scritto in questa lettera, il resto te lo scriverò un’altra volta, adesso non ho più tempo. Intanto, è un bene che mi hai scritto una lettera. Adesso so che è già un po’ che ti sei sposato. Anche dalle lettere precedenti, sapevo che ti eri sposato, e adesso lo vedo ancora: è proprio vero, ti sei sposato. E sono molto contento che ti sei sposato e che mi hai scritto una lettera. Subito, appena ho visto la tua lettera, ho deciso che ti eri sposato un’altra volta. Bè, ho pensato, è un bene, che ti sei sposato un’altra volta e che me l’hai scritto in una lettera. Scrivimi adesso com’è la tua nuova moglie e come sono andate le cose. Salutami la tua nuova moglie."
Daniil Charms
25 settembre e ottobre 1933

In un libro intitolato Il lettore e il narrare, recentemente ripubblicato in Italia (se ne parla in questi giorni al festival letteratura di Mantova), lo scrittore svizzero Peter Bichsel scrive:
Quel che René Magritte ha scritto sotto il disegno realistico di una pipa: “Ceci n’est pas une pipe”: “Questa non è una pipa”, uno scrittore dovrebbe scriverlo sotto ognuna delle sue parole. Quando per esempio mette su carta la parola “albero”, dovrebbe subito aggiungere: “Questo non è un albero”, perché la parola “albero” su un foglio di carta bianco non assomiglia per niente a un albero. Sto pensando anche alle lettere tutte sghembe di un bambino di prima elementare, che prova da solo a riscrivere quello che ha imparato e d’improvviso si trova di fronte la parola “albero”. In questo modo ha preso possesso dell’albero più che se lo avesse disegnato, perché grazie alla parola lo ha sottratto completamente al sistema “albero” e lo ha integrato nel sistema lingua. Se si limita a disegnarlo, l’albero, non è un albero nemmeno quello, ma a lui risulterà meno evidente.
Gli psicologi sostengono che una persona completamente muta non sarà in grado di disegnare. Solo la lingua, il sistema-lingua, è in grado di distinguere “tipico” e “atipico”. Il che però significa: chi non conosce la parola “albero” non è in grado di riconoscere nell’albero la tipologia dell’albero. La parola “albero” è un’affermazione importante a proposito di quelli che definiamo “alberi”.
Ecco io ho l’impressione che i testi di Charms, tra quelli che ho mai letto, son forse quelli che, più fortemente, sottolineano, di per sé, il fatto che non si parla degli alberi, ma del modo in cui si parla degli alberi.
In un passo dei suoi diari del 31 ottobre del 1937 Charms scrive:
"A me interessano solo le «scemenze»; solo quello che non ha nessun senso pratico. Mi interessa la vita solo nelle sue manifestazioni assurde.
Eroismo, pathos, audacia, moralità, pulizia, etica, commozione e fervore sono parole e sentimenti che non posso sopportare.
Ma capisco perfettamente e apprezzo: entusiasmo e ammirazione, ispirazione e disperazione, passione e riservatezza, dissolutezza e castità, tristezza e dolore, felicità e riso."

Ho sentito spesso, in questi anni, l’esortazione agli scrittori a «raccontare la realtà».
Ecco, io ho l’impressione che Charms, che viene considerato un maestro della letteratura dell’assurdo, con il suo modo di scrivere, cioè con il fatto che non mi parla degli oggetti dei suoi discorsi, ma del modo in cui questi discorsi son fatti, vale a dire degli errori, delle sconfitte, delle illusioni e dei fallimenti dei suoi narratori , io ho l’impressione che Charms, mi dica, sulla mia realtà, più di quel che mi potrebbe dire uno scrittore anche bravissimo e attentissimo e oculatissimo che si sforzasse anche tantissimo di far diventare il suo albero un albero.


venerdì 7 settembre 2012

In Africa gli squali sono come da noi i cani

" Da un lato di piazza De Saliba c'è la mia scuola, dall'altro lo spiazzo immenso. Ieri, qui, ho fatto una gara con Scarmiglia. Che si chiama Dario, Dario Scarmiglia, ma si chiama solo Scarmiglia. Capelli scurissimi, cervello scarno, siamo in classe assieme. Partendo dal cancello della scuola dovevamo arrivare alla fine della piazza. Cento metri più avanti, alla fine della piazza, piccolo nonostante la mole, il nostro arbitro, Massimo Bocca, che per me è solo Bocca, con il B-o pronunciato schiudendo forte le labbra. Grasso, un globo di carne, anche Bocca è in classe con me. Io, Scarmiglia, Bocca. Undicenni, preadolescenti anomali.
Da lontano Bocca doveva dare il via sfarfallando con le braccia. In piedi, leggermente chini in avanti, una gamba flessa e l'altra pronta a scattare, io e Scarmiglia aspettavamo il segnale. Con la coda dell'occhio l'avevo visto assorto, le labbra socchiuse.
Quando Bocca aveva lacerato l'aria per tre volte ci eravamo slanciati in avanti, procedendo vicinissimi, sentendo uno il respiro dell'altro, i corpi simili, una gemellarità della struttura ossea e muscolare. Quasi subito avevo sentito la gola molle e la voglia di ridere, e Scarmiglia mi aveva superato di due metri. Allora avevo forzato e mi ero rifatto sotto.
Ma non riuscivo a smettere di guardarlo, di correre sia la mia corsa che la sua. In un lampo mi era tornato in mente di quando poco tempo prima, andando da scuola a casa, Scarmiglia mi aveva detto che in Africa gli squali sono come da noi i cani, animali domestici, e che ogni casa africana costruita sulla costa ha un recinto sottomarino fatto di lunghissimi paletti di legno nel quale viene tenuto il cucciolo di squalo per non farlo allontanare perdendosi nell'oceano. Nel dirlo Scarmiglia aveva un tono serissimo, come sempre, e io non avevo avuto dubbi. A mia volta, il giorno dopo, lo avevo detto ad altri, in classe, cercando, con la storia, di riprodurre il tono: mi avevano preso in giro.
In quel momento, nel pieno della corsa, ripensando agli squali e alla vergogna ero scoppiato a ridere e avevo rallentando mentre Scarmiglia raggiungeva Bocca, lo superava e si voltava a guardarmi col fiatone.
Quando, camminando con gli occhi bagnati di lacrime e la faccia ancora deformata dal riso, avevo raggiunto anch'io il traguardo, Scarmiglia mi era venuto davanti, mi aveva fissato, mi aveva detto: Coglione!, e se n'era andato via senza voltarsi."

Tratto da Il tempo materiale di Giorgio Vasta


lunedì 9 luglio 2012

Coglioni




COGLIONI  1


Si dice bene i coglioni, ma loro,
io ne conosco più d’uno,
si credono d’essere,
non lo sanno che sono dei coglioni, e si sposano, hanno figli, e i figli sono figli di coglioni,
che io non dico mica,
il babbo è il babbo,
tu non abbia da voler bene al tuo babbo, portargli rispetto,
però questi figli, non lo so, io, non se n’accorgono?
quando parlano con il loro babbo, non lo vedono, non lo sentono?
o sono coglioni anche loro?
che lì allora è fatica, fra coglioni –
ecco, sì, no, c’è delle volte che gli scappa detto: il mio babbo è un coglione
ma in un altro senso, nel senso che è buono, che è un galantuomo…
Che questo però è un discorso,
come sarebbe allora?
i galantuomini sono dei poveri coglioni?
Intendiamoci, può essere che un coglione sia un galantuomo, può essere che sia buono,
ma può essere anche cattivo,
ci sono i buoni e i cattivi anche tra i coglioni,
coglione vuol mica dire,
uno è un coglione, ma può andare vestito bene, portare gli occhiali,
può essere anche, guarda io quello che ti dico,
può essere anche intelligente, e nello stesso tempo coglione, che è un caso eccezionale, ma succede,
essere coglione è una cosa,
può essere tutto un coglione, può essere anche istruito, può essere perfino laureato…
certo che se è ignorante, i coglioni ignoranti, quelli sono una disgrazia, non si ragiona, è come parlare al muro,
e prepotenti –
che uno, io capisco,
quando dico che un coglione può essere tutto,
uno può rimanere disorientato,
gli viene da dire: allora, se uno è un coglione, in cosa si distingue?
insomma, cosa vuol dire essere un coglione? cos’è la coglionaggine?
Eh, questa è una domanda, è fatica,
come si può dire? fammi pensare, non c’è un esempio?
Ecco, i coglioni fanno le cose alla rovescia, e tu li vedi che sbagliano, tu lo sai come andrebbero fatte,
provi a dirglielo, anche con le buone maniere, ma loro niente, tirano dritto,
tu cerchi di dargli una mano, di metterli sulla buona strada, loro ti guardano con un’aria: "adesso cosa vuole questa testa di cazzo?"
E allora va a finire che t’arrabbi:
“Sono dei coglioni!” ti sfoghi in piazza, e in piazza c’è anche qualcuno che ti ascolta:
“Hai ragione, sono coglioni, però…”
“Però?…”
“Cosa si può fare? Sono tanti, comandano loro”.



COGLIONI 2

Dunque, no, fammi capire, i coglioni
tu vedi che sbagliano, gli vorresti dare una mano, metterli sulla buona strada,
ma siccome sono coglioni non ti stanno a sentire,
e tu ti arrabbi,
ho capito bene?
solo che, secondo me,
che sbaglierò, però, da quello che vedo,
non ti stanno a sentire perché la buona strada
ce n’è tanti che l’hanno già trovata,
sono pieni di soldi, case, macchine, tutto,
che noi, io e te, sono cose che non le abbiamo,
e magari neanche le vogliamo,
però loro le hanno, e se le tengono,
e io, capisco anch’io quello che vuoi dire,
loro danno valore a cose che non ce l’hanno, seguono le mode,
che noi, se avessimo noi i loro soldi…
solo che non li abbiamo,
non abbiamo una lira,
e io,
adesso non arrabbiarti anche con me,
ma delle volte,
non sarà,
mi viene da pensare,
che i coglioni siamo noi?
siamo io e te?


Raffaello Baldini 



Lettura delle poesie di Raffaello Baldini


IL MONDO DELLA FANTASTICAZIONE DI GIANNI CELATI


           IL MONDO DELLA FANTASTICAZIONE DI GIANNI CELATI





“Io ho sempre scritto per passarmi un po’ di tempo. E questo fatto di passare un po’ il tempo è la cosa migliore dello scrivere. Quando non so cosa fare io scrivo,e sono contento.” Gianni Celati

“Il bello dello scrivere è che non sai dove stai andando e non sai dove andrai a finire. Quando viene fuori una storia è come quando sogniamo. Scrivere è come un vento che ti porta via.” Gianni Celati

Gianni Celati, nato a Sondrio nel 1937, oltre a essere uno dei maggiori narratori italiani viventi,  è traduttore,  critico e saggista atipico, e documentarista. Si tratta di uno scrittore vagabondo e malinconico dallo stile inconfondibile che non ha mai smesso di scrivere e spostarsi. Nell’attuale panorama letterario egli ha sempre mantenuto una posizione defilata, e non ha mai voluto adeguarsi ai diktat dell’industria culturale e del successo di massa a tutti i costi. Celati ha infatti sviluppato l’idea di una letteratura non industriale, non legata alle mode del momento. 
I suoi scritti sono caratterizzati da un’evidente spontaneità e immediatezza, in cui  l’elemento comico fa da sfondo a un’osservazione disincantata e senza preconcetti del mondo e dei fenomeni della vita. Il risultato dell’incontro di queste due idee è la semplicità. Non è un caso, del resto, che tra il 1995 e il 1997, insieme ad altri scrittori, tra cui Ermanno Cavazzoni, Daniele Benati e Ugo Cornia, Celati abbia dato vita a una rivista intitolata Il Semplice[1]. Secondo Celati e il gruppo di scrittori de  Il Semplice, quando si scrive bisogna anzitutto essere semplici, perché è solo con la semplicità che ci si avvicina al nucleo più profondo e misterioso della vita. Scrivere “semplice” non è facile, perché richiede un atteggiamento particolare nei confronti della scrittura e del mondo. Bisogna partire dal presupposto che il mondo esterno è indifferente ai nostri pensieri, e chiede semplicemente di venire descritto, raccontato, evocato, ma non di essere capito[2].
Secondo Celati narrare significa disperdersi, far divagare la propria mente, allontanarsi dagli schematismi e dalle convenzioni, come quando si guardano le nuvole in cielo cercando di indovinarne la forma mutevole.  In tal modo la narrazione trasporta  il lettore in un altro mondo, sottraendolo al peso della realtà. Il neologismo da lui coniato, “fantasticazione”, corrisponde al termine inglese revery, con cui si definisce l’atto del fantasticare. Questa parola rimanda all’idea di una totale distensione e rilassamento del corpo nell’atto della scrittura, che si compie in uno stato di dormiveglia, come se si scrivesse sotto l’impulso di alcuni sogni. Si genera così l’ideale di una scrittura concepita in uno stato che si avvicina alla trance e al sogno[3]. Quello di Celati è un narrare visionario, un raccontare non per spiegare ma per provare a far emergere la vaghezza, rendendo i lettori perplessi e stupefatti davanti allo spettacolo del mondo. Tutta la sua prosa è disseminata di improvvise soluzioni linguistiche che spiazzano chi legge e concorrono a far scivolare la scrittura sul terreno del vago, della suggestione allusiva e indefinita. Il lessico celatiano, infatti, più che indicare con precisione, allude: la parola non si propone di descrivere la realtà in maniera esatta, quanto di accendere l’immaginazione.
Celati è alla costante ricerca di un linguaggio sottratto ai precetti dell’italiano letterario, che riveli un gusto per il parlato e il gergo, con uno sguardo privilegiato alla comicità dei mimi ,dei buffoni e dei folli. La figura del matto, soprattutto nelle sue prime prove letterarie, è una costante del suo universo immaginativo. Le storie di Celati, infatti, sono popolate da personaggi strambi e lunatici, goffi e assurdi, tipici della linea ariostesca emiliana[4].

Tratto da "IL SORRIDENTE E TRAGICOMICO MONDO DEI MATTI- La follia come fonte di comicità nella narrativa italiana dal secondo Novecento fino ai giorni nostri" di Marco Adornetto




















[1] Il Semplice. Almanacco delle Prose,Feltrinelli Editore, Milano 1995-1997
[2] Mattia Mantovani, Gianni Celati,elogio della semplicità, in  La Provincia, 20 Gennaio 2002
[3] Nunzia Palmieri, Gianni Celati. Due o tre cose che so di lui, in Gianni Celati, a cura di Marco Belpoliti e Marco Sironi,  in Riga 28, 2008
[4] La corrente ariostesca è geograficamente attestata in Emilia e include diversi scrittori, tra cui Delfini, Zavattini, D’Arzo, Cavazzoni e Benati. Questa corrente lambisce anche il cinema: di essa fa parte uno dei più grandi registi cinematografici, Federico Fellini. Gli ariosteschi prediligono gli strambi e i lunatici, personaggi che perseguono un proprio ideale o anche soltanto una propria fissazione mentre la vita gli scorre intorno

mercoledì 30 maggio 2012

SCHIENA A TERRA E SGUARDO AL CIELO


SCHIENA A TERRA E SGUARDO AL CIELO




C’è un bellissimo articolo del bravo giornalista e scrittore Vincenzo Cerami che tratta di artisti-bambini, e che mi piace trascrivere .  

L’artista è sempre un bambino, è ricco finché non diventa ricco. La sete di denaro lo uccide. Più il suo conto in banca aumenta più diminuisce il suo talento. Ho conosciuto tanti poeti, straordinari per integrità e naturalezza. Alcuni sono ancora là, nella storia, giocosi e innocenti, creativi fino alla fine dei loro giorni. Vanno considerati alla stessa stregua dei santi e dei geni dell’umanità. Ma gran parte di loro li ho visti spegnersi quando hanno cominciato a smaniare per il successo. I soldi, spesso così tanti da non poter essere tutti spesi e goduti, trasformano un artista in un idiota che crede di essere ormai un vate, un messaggero di valori tanto altisonanti quanto insinceri e patetici. Non c’è essere umano più corrotto di un artista che si vende l’anima.
L’arte, per definizione, è purezza. Il candore ha un prezzo, e l’artista lo paga fino in fondo. Per lui un’invenzione poetica è un gesto che regala al mondo senza contropartite. Quando non è più generoso diventa un servo. L’artista autentico non cerca i grandi numeri, ne vuole pochi, che poi diventano tanti al di là della sua volontà.
Ma, se ancor prima di pensare ad esprimere il proprio talento, calcola quanto può ricavarci, vuol dire che ha rinunciato a se stesso, si trasforma in un commerciante, volgare perché monetizza l’arte, un dono di Dio.
Il risultato finale è che l’artista venduto diventa una caricatura, un cialtrone che pensa solo a riempirsi le tasche e scredita l’arte. È un piazzista. Finisce cioè per disperdere le sue qualità al solo scopo di rimpinguare il conto in banca.
Per fortuna ci sono artisti che sono rimasti tali fino all’ultimo giorno della loro vita.
Gli affaristi sono destinati a morire senza lasciar traccia.

Ecco, in questo articolo ci sono dei passaggi che mi hanno fatto venire in mente quegli stupidi e ignobili calciatori, esseri privilegiati  e fortunatissimi, che campano beati giocando a calcio, ma non essendo abbastanza sazi dei molti soldi che guadagnano, si macchiano di truffe infami truccando delle partite di calcio per avere ancora altri soldi. Questo significa non avere il minimo rispetto per tutti quei tifosi che se ne stanno seduti allo stadio o incollati davanti alla tv con il cuore in mano a tifare per la propria squadra, dopo aver speso parte del loro magro stipendio. Questo è il lato marcio e schifoso del calcio.

Ma in questo pezzo ci sono anche dei passaggi che mi fanno pensare che vale ancora la pena credere nella bellezza del calcio, che a volte riesce a trasmettere delle emozioni indimenticabili. Quando,infatti, Cerami scrive che “l’artista è sempre un bambino”, e che “alcuni artisti sono ancora là nella storia, giocosi e innocenti, creativi fino alla fine dei propri giorni”, ho pensato a quello che scrive un grande artista-bambino del calcio nel suo libro, uscito di recente[1]. Del Piero racconta che da bambino, dopo aver finito di giocare a calcio, si buttava  per terra sfinito e contento, guardava il cielo e abbracciava stretto stretto il suo pallone. E quel gesto da piccolo lo faceva ogni giorno: si metteva con la schiena a terra e lo sguardo rivolto al cielo. E dice anche che quella stupenda sensazione che si prova quando si sta in quella posizione non l’ha mai dimenticata. Ed è proprio vero che non l’ha dimenticata. Ricordo ancora  un suo bellissimo gol dopo una corsa incredibile, quello della semifinale del  Mondiale 2006 contro la Germania, in cui Del Piero, dopo aver segnato, si lancia in un'esultanza infinita correndo per tutto il campo a festeggiare, felice e sfinito. E poi in finale al triplice fischio che proclama l'Italia campione del mondo, ancora Del Piero che si stende sull'erba allargando le braccia, con la schiena a terra e lo sguardo al cielo, raggiante di felicità, allo stesso modo di quando era bambino. 

Perché è vero, il calcio e la vita sono pieni di sporchi affaristi, ma ogni tanto, nel calcio e nella vita, capitano artisti- bambini che rimarranno sempre “gioiosi e innocenti, creativi fino alla fine dei loro giorni.”  Ed è grazie loro che il calcio e l’arte sono e rimarranno, sempre, un’emozione unica.

Marco Adornetto




[1] Alessandro Del Piero, “Giochiamo ancora”, Mondadori 2012