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mercoledì 5 dicembre 2012

Inchiostro Alcolico: Improvvisi per macchina da scrivere di Giorgio Manganelli


L’AUTORE

Giorgio Manganelli, nato a Milano nel 1922 e morto a Roma nel 1990, oltre a essere considerato uno dei migliori scrittori italiani del  Novecento, durante la sua esistenza ha svolto varie attività culturali. E' stato insegnante di letteratura inglese nelle scuole superiori e all’Università, e  ha tradotto diversi testi letterari inglesi e americani. E' stato molto impegnato nel campo dell’editoria fondando una rivista, Grammatica,dirigendo per Einaudi la collana La ricerca letteraria, insieme a Guido Davico Bonino e Edoardo Sanguineti,  e collaborando con diverse case editrici.
Manganelli concepisce la letteratura come  assoluta finzione e menzogna integrale fine a se stessa, attività immorale e priva di sincerità, cinica e profondamente asociale, anarchica e felicemente deforme. Essa è in primo luogo un’attività ludica: è gioco, ciarla, ciancia, bubbola, fagiolata, cantafavola. In tale ottica lo scrittore viene a configurarsi come un personaggio irresponsabile che non ha messaggi da affidare all’umanità, e che manifesta tutte le caratteristiche del buffone e del fool, non avendo alcuno scopo particolare se non quello di assemblare gioiosamente le parole sulla carta.
Lo stesso Manganelli aspira a essere uno scrittore buffone e “pazzo”. Egli, attraverso una scrittura vertiginosa e estasiante, produce così una letteratura nullificante e insana, vezzosamente oscena e giocosa. E l’idea che si possa raccontare e divagare senza meta e senza avere niente da dire, imitando il discorso dei dementi, arriva come una rivoluzione nel mondo letterario italiano. In tal modo Manganelli compie una vera e propria azione di sabotaggio nei confronti delle categorie essenziali della pratica letteraria tradizionalmente intesa, contribuendo a ridicolarizzarla attraverso un’operazione di svuotamento e rovesciamento parodico.  L’arma con cui egli dissacra la letteratura tradizionale è il riso. Quella di Manganelli è, infatti, una scrittura suprema e perfetta, pervasa contemporaneamente da un’angoscia nervosa e da un’ilarità grottesca,  che libera un riso giullaresco e pazzoide. Tra le sue numerose opere, spiccano: Hilarotragoedia (1964), Sconclusione (1976), Pinocchio:un libro parallelo (1977), Centuria. Cento piccoli romanzi fiume (1979). Recentemente è stato pubblicato dalla casa editrice Adelphi  Ti ucciderò mia capitale (2011), una raccolta di scritti e racconti, inediti o usciti precedentemente solamente su giornali e riviste, curata da Salvatore Nigro.

IMPROVVISI PER MACCHINA DA SCRIVERE

Il bellissimo titolo del libro, pubblicato nel 1989, sembra voler riprodurre il ticchettio della macchina da scrivere di Manganelli nel momento in cui componeva questi bellissimi e improvvisi pezzi. Il libro raccoglie i funambolici corsivi, apparsi su vari giornali, di Giorgio Manganelli. Egli, infatti, nel corso della sua esistenza, ha lavorato per numerose testate, e con i suoi fulminanti pezzi è stato un mirabile esempio di scrittura giornalistica di elevato livello letterario. I suoi corsivi sono stati scritti tra il  1973 e il 1988  per vari quotidiani, settimanali e riviste come La Stampa, Il Corriere della Sera, Il Mondo, Epoca , L’Espresso, L’Europeo e Il Messaggero. Manganelli considera il corsivo come un genere letterario umorale, litigioso e polemico di cinquanta righe circa in cui, con tonalità ironiche e sarcastiche, prendendo spunto da minimi fatti di cronaca, trasmette al lettore i suoi sentimenti e le sue impressioni che, di volta in volta, in base all’argomento trattato, sono di protesta, disagio, stupore o divertimento. Nei suoi pezzi tratta le più svariate tematiche: arte, politica, manifestazioni culturali e pseudo-culturali, cinema, ristoranti, concorsi, pubblicità, scritte sui muri, animali di ogni tipo  e comici episodi tratti dalla quotidianità come il bizzarro desiderio in punto di morte di una ricca signora di essere seppellita a bordo della sua Ferrari con il sedile comodamente inclinato. Egli destina le sue divertenti polemiche, raggiungendo altissime punte di sarcasmo, soprattutto contro la scuola considerata come un sistema di vessazione che consiste, fin dall’adolescenza, nel prendere una creatura con gli occhi candidi e pieni di curiosità nei confronti del mondo in cui vive e frapporre tra quegli occhi una barriera di libri inutili che trattano di discipline del tutto estranee alla sua realtà. E contro la televisione, il cui miserabile scopo è, secondo Manganelli, tenere lo sciocco spettatore al guinzaglio per ore e ore, nel tentativo di farlo ridere o piangere nello stesso istante in cui altri milioni di teledipendenti ridono o piangono.  I corsivi di Manganelli, prendendo a prestito la felicissima intuizione di Pietro Citati, sono “lacrime di gioia e furori di ilarità che, attraverso una giocosa e mirabolante prosa, “distruggono le istituzioni, i costumi, le abitudini e la noia dell’esistenza quotidiana”.

UN INCHIOSTRO GHIGNANTE E MEFISTOFELICO PER FINISSIMI PALATI

“Ricordo molto bene la mia insegnante di matematica che aveva nei miei confronti una lieve,educata repulsione che, nell’insieme, mi sento di condividere. Costei aveva un modo pacato e sommesso di dirmi, senza guardarmi direttamente, - Non hai capito niente,vero?- Era vero, non capivo niente.”

“Fino all’adolescenza noi tutti siamo entusiasti seguaci delle malattie. I bambini e i giovinetti sono specialisti in grandi ed eroiche febbri, in incubi squassanti,terzane,coliche, quartane, appendiciti, mal d’orecchie,di piedi, di mani, di dita, di falangi, di unghie, di lunule. Il giovane apprendista uomo studia se stesso con sondaggi di malattia,scandagli di febbri ed eritemi.”

“Lo Stato è matto; lo Stato è potente; lo Stato ha le paturnie, ha idee insondabili, umori fantastici, svagatezze, colpi di sole, euforie, depressioni, crisi omicide, sospette generosità;oggi è loquace, domani taciturno e tetro, un giorno vuol buttarsi dalla finestra, un altro giocherella con il rasoio e guarda la gola dei sudditi.”

“Ho l’impressione che la televisione sia una persona che,argutamente travestita da macchina con pulsanti, da ordigno con valvole ed antenne, tenti di entrare in casa mia. Di questa persona diffido: la sospetto garrula, emotivamente instabile, moralmente dubbia, non immune da una punta di isterismo,alternativamente lacrimosa e ridanciana; soprattutto l’apparecchio televisivo mi pare vittima di un complesso, che definirei coazione a sedurre. Ed essere incluso in una fascinazione nazionale è deprimente.”

“Il Festival di Sanremo. Che si fabbrichi, si rappezzi un’ideologia collettiva dell’amorosità, capace di generare un linguaggio, con la sua grammatica, le sue rime, gli accenti; che questo linguaggio produca una musichetta doverosamente poverina, fatta di sette note, come quei romanzi che vantano poche centinaia di parole; tutto ciò mi pare irritante.”


“Ammetto una certa ammirazione per i gatti; isterici,psicotici,solipsisti,sopracciò e fatti-in-là,sbruffoni,taciturni e ringhiosi,non si lasciano assimilare. Intellettualmente maliziosi, sedentari come un filologo, capaci di fare nulla per una vita intera, ironici e distratti. Animale diffidente e crudele, il gatto insegue volatili e topi e zanzare. Ama i davanzali e ignora le vertigini. I cani li odiano e li temono.”

“Sebbene uomini ingegnosi e audaci l’abbiano tentato, specie scrittori, come il mite cronista di Alice, è proibito, da vivi, entrare nello specchio;esso se ne sta immobile e infecondo, come uno specchio d’acqua immota chiusa nella vera di un pozzo; indifferente, non trattiene le immagini; ma solo ne cancella la voce, ne ignora l’odore; lo specchio è il luogo del freddo, della solitudine, è la nostra fotografia pronta per il nostro documento di fantasma. Lo presenteremo all’ingresso del pozzo taciturno.”

“Quando penso alle ore trascorse a studiare chimica e fisica, che mi erano del tutto estranee, non mi interessavano e non mi interessano nulla, so di aver subito un irreparabile torto. Prendere una mente avida, sveglia o quasi, che sa quel che ama e quel che disama, e costringerla a fare tutto, Virgilio e tetraedri, monade e oligoscisti, non vuol dire che una cosa: dimezzare il suo vero e necessario apprendimento, sprecare del tempo, tempo che la vita non restituirà più. No, oggi non si va a scuola. Ci si alza tardi, si ciabatta per casa, si cerca di medicare il rancore per gli acidi che hanno corroso una lontana adolescenza.”

“Quando ci sono le elezioni politiche penso al candidato di voti uno e al candidato di voti zero. Chi sono? Perché si candidano? Quale torbida, rissosa eccitazione li ha indotti a precipitarsi nell’arena politica, in una trama di autodistruzione?Il candidato di voti uno ha una qualche selvaggia e forse pericolosa fiducia in se stesso, dispone di un carisma che ha questa particolare qualità: che agisce solo su di lui. Egli è sedotto, persuaso da se stesso. Crede a se stesso. Quando sarà nella cabina elettorale con fermezza sceglierà se stesso, un lieve sorriso sardonico sulle labbra sottili. Ma prendiamo il candidato di voti zero, che non vota neppure per se stesso. Non posso nascondere l’affetto, la tenerezza, la complicità innocente che mi lega a costui. Si è candidato per cortesia, per ingenuità, per distrazione, perché non ha saputo dir di no, forse per un effimero moto di entusiasmo per se stesso. Nel segreto della cabina elettorale sa già che nessuno al mondo, neppure per dileggio, voterà il suo nome. In un momento d’orgoglio, egli non vota se stesso. Ed ora esce dalla cabina e consegna la scheda con elegante amarezza, con coraggio,lui, il candidato di preferenze zero.”

“I cani sono animali misteriosi. Deploro la tendenza dei cani a trattare l’uomo come un essere superiore. Ho visto cani che guardavano con riverenza anche me. Esagerati. I cani hanno qualcosa dei falliti. Mi fanno pensare a quegli straordinari buffoni che fanno scene da sbellicarsi e non ridono mai. I cani sono seri, un po’ malinconici e hanno l’arte di provocare i sensi di colpa.”


“Da anni io bevo qualunque acqua minerale, eccetto una. Avete capito? Da anni una certa acqua minerale ha invaso radio, televisione, fuoriprogramma cinematografico, giornali, settimanali, riviste di filologia classica, ha occupato muri, palizzate, case in costruzione, ha corrotto ristoranti,alberghi, case di cura, cimiteri, e tutto questo all’unico scopo di essere bevuta da me. E io non la bevo.”


   







mercoledì 21 novembre 2012

L’IRONIA DI RINO GAETANO E IL SUO BAR DAL CIELO BLU







Nei difficili e complessi anni Settanta Rino Gaetano è uno di quei pochi artisti e di quei pochissimi cantautori che utilizza a piene mani e con grandi risultati l’ironia. Già nei primi tempi, quando era ancora giovanissimo e cantava al Folkstudio, nel quartiere di Trastevere, in tanti non volevano che cantasse i suoi pezzi perché sembrava che con le sue parole volesse prendere in giro tutti.
Rino Gaetano era consapevole del fatto che l’ironia è sempre stata un’arte tipica dell’Italia e degli italiani. Il disarmante e ipnotico cantautore di origini calabrese afferma infatti che “l’ironia non è solo una cosa mia, è l’arte di tutti gli italiani. Soltanto che adesso (siamo negli anni Settanta ma vale anche per oggi) l’ironia la vogliono nascondere. Sono tutti molto impegnati, molto tristi, molto macabri”. E secondo Rino Gaetano non c’è cosa peggiore di essere tristi, di essere macabri.  Perché “l’Italia è da sempre stata patria di grandi comici come Totò, come Petrolini, mentre adesso ci sono soltanto scrittori che scrivono libri tristi e impegnatissimi, cantanti che scrivono canzoni tristi, per non parlare dei film. In Italia non esistono più bei film comici”.
Rino Gaetano era uno che l’ironia la metteva in qualsiasi cosa che faceva. L’ironia era l’ingrediente fondamentale e imprescindibile della sua  musica. Le sue canzoni sono attuali ancora oggi dopo quarant'anni, e lo saranno sempre proprio perché sono ironiche, di un’ironia perfetta.
Dove la prendeva Rino Gaetano quest’ironia? Per strada e, soprattutto nei bar. Il suo bar preferito era “il bar del Barone”, in cui il cielo era sempre blu: un posto semplice frequentato da gente semplice, un luogo popolare, in cui la norma era bere birra chiara in lattina. Per Rino Gaetano quel bar era un posto meraviglioso, ed è lì che nascono le sue canzoni. Gaetano era uno che il bar lo considerava come una seconda casa, era uno che stava nel bar e sentiva le voci della gente che girava e ronzava attorno al bar come faceva lui. Nel bar trovava la giusta ispirazione, osservando gli sguardi delle persone, e ascoltando i loro dialoghi strampalati. Poi tornava a casa, prendeva il suo quaderno e si scriveva le voci che aveva sentito al bar. Si rileggeva queste frasi e cominciava ad accompagnarli con la chitarra cercando e trovando la giusta ispirazione musicale. Metteva tutto insieme, e così, con questa perfetta semplicità, nasceva la sua canzone, la canzone di Rino Gaetano. Ascoltando le sue canzoni si può immaginare il suo sorriso, a volte frivolo a volte beffardo, che coglie l’essenziale delle cose e le contraddizioni del mondo, ma anche la bellezza e la spontaneità della vita di tutti i giorni, della vita di Rino Gaetano che in fondo è  anche la nostra vita.


Marco  Adornetto











Tu Forse Non essenzialmente tu


Tu, forse non essenzialmente tu
Un'altra, ma è meglio fossi tu
Tu, forse non essenzialmente tu
Hai scavato dentro me e l'amicizia c'è
Io che ho bisogno di raccontare, io,
La necessità di vivere rimane in me

E sono ormai convinto da molte lune 
dell'inutilità irreversibile del tempo
mi sveglio alle nove e sei decisamente tu
e non si ha il tempo di vedere la mamma e si è gia nati
e minuti rincorrersi senza convivenza
mi sveglio e sei decisamente tu

Forse non essenzialmente tu
e la notte confidenzialmente blu
cercare l'anima

Tu, forse non essenzialmente tu
Un'altra, ma è meglio fossi tu

E vado dal Barone ma non gioco a dama
E bevo birra chiara in lattina
Testo trovato su http://www.testitradotti.it
 
Me ne frego e non penso a te
Avrei sempre bisogno di un passaggio
Ma conosco le coincidenze del 60 notturno
Lo prendo sempre per venir da te

Forse non essenzialmente tu
e la notte confidenzialmente blu
cercare l'anima

domenica 23 settembre 2012

Ad esempio a me piacciono i pidocchi




"Con mia madre che mi voleva molto bene, andavo, da luglio a ottobre, in villeggiatura. Mangiavo il pane dei contadini, che di nascosto mi facevano bere il loro vino anche a mezzi bicchieri per volta. Io stavo quasi tutti il giorno insieme con i loro ragazzi, a cui insegnavo a rotolarsi giù per le balze del tufo sodo, a fare gli archi con una frusta o con un laccio delle scarpe. Senza che ne avessimo bisogno, andavamo a rubare negli altri campi; e, così, mangiavo tante pesche, la maggior parte acerbe, che mi sentivo la pancia più dura d'un muro. E noi ci divertivamo a picchiarci, vicendevolmente, cazzotti sopra.  M'ero fatto scuro e grasso: bestemmiavo e cantavo lungo i borri in fondo alle vallate, camminando tra i roghi, le canne e i pioppi; che si sentivano tremare sotto le nostre mani. Qualche volta andavamo a pesticciare sui seminati, scappando a tempo con le scarpe che non si alzavano più da quanto fango c'era rimasto attaccato. Ma ero contento di non portare più il colletto e d'avere una giubba non meno rattoppata di quella dei miei amici. Ci sentivamo con un mezzo fischio, ci capivamo a volo storcendo appena la bocca o alzando le sopracciglia e raggrinzando la fronte: certe nostre risate avevano significati impossibili agli altri; e, ormai, non c'erano più nascondigli dentro i quali non fossimo stati. O zufoli di canne e di buccia di castagno! O fruste agili e inflessibili, con le quali qualche volta ci segnavamo le gambe nude! O ginocchi incrostati di sudicio, pieni di ferite e di lividi! O dormite fino alla mattina, finché non m'avevano chiamato due o tre volte! E chi dirà la mia gioia quando, grattandomi i capelli con l'unghie, la mamma mi disse che m'avevano attaccato i pidocchi?"

Tratto da Bestie di Federigo Tozzi



"Ad esempio a me piace la strada col verde bruciato magari sul tardi 
macchie più scure senza rugiada coi fichi d'India e le spine dei cardi 
 Ad esempio a me piace vedere la donna nel nero nel lutto di sempre 
sulla sua soglia tutte le sere che aspetta il marito che torna dai campi 
Ad esempio a me piace rubare le pere mature sui rami se ho fame
 e quando bevo sono pronto a pagare l'acqua che in quella terra è più del pane 
Camminare con quel contadino che forse fa la stessa mia strada 
parlare dell'uva, parlare del vino che ancora è un lusso per lui che lo fa 
Ad esempio a me piace per gioco tirar dei calci a una zolla di terra
 passarla a dei bimbi che intorno al fuoco cantano giocano e fanno la guerra 
Poi mi piace scoprire lontano il mare se il cielo è all'imbrunire 
seguire la luce di alcune lampare e raggiunta la spiaggia mi piace dormire"

giovedì 24 maggio 2012

Soli Come Cani

SOLI COME CANI



“Il Cane è la solitudine  per eccellenza. Niente esprime meglio del cane randagio il concetto di emarginato, escluso e di essere solitario. Il discorso in fondo è sui poveri cani che siamo tutti quanti noi, abbastanza avulsi dall’incontro umano, abbastanza soli e abbastanza messi da parte uno con l’altro”  Rino Gaetano

I cani randagi  rivelano negli occhi una velata malinconia, una sorta di cicatrice di chi ha vissuto sempre senza nessuno accanto. I loro occhi rappresentano tutte le loro sofferenze: privazioni, freddo, fame, sete e, soprattutto, solitudine.

Anche gli uomini soffrono la solitudine ma, a differenza dei cani, possono fare amicizia con il proprio isolamento. I cani, infatti, non hanno opportunità di svaghi per lo spirito, mentre  gli uomini possono riempire la propria solitudine leggendo, scrivendo, dipingendo, ascoltando musica, fantasticando e pensando.

Condusse vita da cani il pensatore cinico Diogene, detto appunto Il Cane, che fece a meno di tutto senza desiderare alcunché e adottò un comportamento bestialmente animale. Egli era una sorta di barbone saggio: individuò come esempi da seguire i modelli di vita naturale dei mendicanti , dei bambini e dei cani, mirando alla completa autosufficienza rispetto ai bisogni indotti dalla vita in società, ponendosi così in una situazione di eccezionalità e marginalità rispetto alla vita del cittadino integrato nella πολίς.

E soli come cani sono i protagonisti di alcuni grandi racconti e romanzi della narrativa mondiale.
Come Wakefield di Hawthorne[1], il Reietto dell’universo che, allontanandosi dal proprio ruolo e sottraendosi ai propri doveri, si precipita verso l’anonimato della folla e l’annullamento della propria individualità, perdendo il suo posto tra i vivi senza, tuttavia, essere ammesso tra i morti.
Come  l’uomo della folla di Poe[2] che non permette di essere letto dagli altri e che, non avendo il coraggio di restare solo, in modo vile s’immerge nella folla anonima con l’unico e paradossale effetto di sentirsi ancora più solo in mezzo a essa.
Come  l’anonimo e inerte studente di Perec[3] che, non desiderando più niente, si sottrae a tutti i compiti, lasciandosi portare dalla folla come un vagante perpetuo, e tenta di assumere i connotati di una sorta di eroe del nulla, per accorgersi, alla fine, di essere semplicemente una persona rimasta sola.
Come Bartleby di Melville[4], lo scrivano solitario e trasognato che non vuole più scrivere e che se ne sta seduto immobile sulla sua scrivania-eremo a guardare il muro in uno stato di atarassia, indifferente a tutte le sollecitazioni  e insondabile nel suo silenzio e nella sua inerzia totale, opponendo a tutti, come propria corazza difensiva, il suo “I would prefer not to” (Preferirei di no), con il quale si pone al di fuori della comunità, distinguendosi da tutti gli altri e provocando il fallimento della comunicazione.
Come lo strampalato e triste Artista del digiuno di Kafka[5] che continua nella sua stravagante arte del non mangiare, anche quando resta solo e dimenticato da tutti nella sua gabbia in mezzo alla paglia.
Come Watt di Beckett[6], il servo solitario dal buffo aspetto e un po’ demente che, con le sue confessioni, mostra l’assurdità e la mancanza di significato della realtà e  il tragico destino dell’uomo, ancorato a una solitudine perenne, senza possibilità di comunicare e farsi comprendere dagli altri.
Come il pigro e indolente Oblomov di Goncarov[7] che vive in una sorta d’infinito dormiveglia solitario, senza mai far niente perché è convinto che ogni attività lo possa involgarire e distrarre dalla sua concezione armonica e quieta della vita.

Solo come un cane è il protagonista dell’opera di Malerba, Il Serpente[8], proprietario di un negozio di francobolli pieno di una polvere che si ammucchia sulla solitudine del luogo in cui la gente entra di rado e per errore. Il romanzo è la storia di un uomo che mente per riempire la solitudine della propria vita e per inventarsi una vita fatta di relazioni sociali che non ha mai vissuto.

E soli come cani sono anche i personaggi del libro di Melville, Le isole incantate[9] , come la solitaria vedova Hunilla che considera il dolore qualcosa di necessario che va sopportato senza emettere neppure un lamento, e come il tiranno eremita Oberlus che, nel suo regale stato di solitudine, mostra un brutale disprezzo per tutto il resto dell’universo.

Meta ideale di tutti questi personaggi solitari potrebbero essere proprio queste Isole Incantate, luogo arido e deserto, caratterizzato  da un silenzio e da una solitudine infinita. Qui i soli esseri animati presenti sono uccelli eremiti che volano sempre da soli e tartarughe che, nella strana ostinazione di una fatica infinita, tentano di oltrepassare, con monotona lentezza e senza alcuna speranza, ostacoli rocciosi insormontabili, così come i Solitari delle opere citate tentano di superare l’ostacolo della vita attraverso la condizione della solitudine.

Marco Adornetto



                                                                                


[1] Storie di solitari americani, a cura di Gianni Celati e Daniele Benati, Rizzoli

[2] Edgar Allan Poe, Racconti, Garzanti

[3] Georges Perec, Un uomo che dorme, Quodlibet

[4] Herman Melville, Bartleby lo scrivano, traduzione di Gianni Celati, Feltrinelli

[5] Franz Kafka, Un artista del digiuno. Quattro storie, Quodlibet

[6] Samuel Beckett, Watt, SugarCo

[7] Ivan Goncarov ,Oblomov, Einaudi

[8] Luigi Malerba, Il serpente, Mondadori

[9] Herman Melville, Le isole incantate, Rizzoli


venerdì 30 dicembre 2011

Ma sono morto o no?

Io sono morto,
non vedo niente, non sento niente.
Sono morto.
Ma a un dato momento le mie orecchie
incominciano a sentire di nuovo
e sento il prete che fa le sue funzioni
e la sua predicozza.
Poi il prete dice di andarsene
e con lui tutti gli amici e i parenti.
I miei occhi vedono,
vedono che è rimasta la signora padrona di casa
che approfitta di questo ritorno al vuoto
per rimettersi al posto le calze
sbattendomi il piede in faccia.
Allora, giacchè mi tornava anche la parola, le dico:
"Signora, mi scusi ma non credo di essere morto.
  La prego, se ne accerti.
  Mi masturbi, non dica di no.
  Non mi faccia questo torto."
 
  
   RINO GAETANO