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martedì 11 marzo 2014

Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi di Carlo Sperduti : Un delirante gioco di parole

Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi
di Carlo Sperduti
Gorilla Sapiens Edizioni, 2013



Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi di Carlo Sperduti è un libro strampalato, surreale e delirante fin dal titolo. E si tratta di un delirio costante che emerge già dalla prefazione, firmata da un certo Gero Mannella, la cui breve nota biografica riporta le seguenti informazioni: “Scrive cazzate sin dalla più tenera età, si scaccola ai funerali con la mano non visibile al morto e usa pisciare dando le spalle alla rotazione terrestre”. 

Il giovane Sperduti erge a protagoniste indiscusse dei suoi racconti le parole, che innescano un confusionario e vaneggiante gioco fonico, sfociante quasi sempre nel non sense. I funambolici giochi di parole dell’autore sono in qualche modo affini alle sperimentazioni linguistiche dell’OpLePo, l’Opificio di Letteratura Potenziale, e in particolare ai divertissement poetici di Paolo Albani e all’originalissimo libretto I sette cuori di Ermanno Cavazzoni.

Nei racconti di Sperduti, caratterizzati dalla leggerezza, dal fine umorismo e dal sottile gusto per il paradosso, tutto è possibile. Si possono trovare streghe dislessiche. Un fusillo, precipitato per terra dopo una forchettata maldestra, può dar vita a un giallo misterioso che si risolverà solo dopo molti anni. Uomini innamorati, appena lasciati da una donna bionda di nome Chiara, non possono ordinare al bar una birra chiara, e nemmeno una birra bionda, perché il solo pronunciare quelle due parole andrebbe ad acuire la loro sofferenza. Si può, infine, avere a che fare con strane ragazze, affette dalla sindrome delle canzonette, che presentano il tic di pronunciare in ogni momento delle loro giornate la stessa snervante melodia Turuttuttù nairananài. 

Il lettore, di fronte a certi passaggi assurdi e quasi incomprensibili presenti nel testo di Sperduti, viene totalmente sviato e non sa se è meglio ridere o piangere, continuare a leggere o chiudere definitivamente il libro. Dopo qualche tentennamento, decide però di leggerlo tutto, e alla fine rimane in uno stato di trance, completamente istupidito, ma con uno strano sorriso sulle labbra che non si sa spiegare. E non può far altro che constatare che i racconti di Sperduti, pur nella loro anomalia e assurdità, sono davvero divertenti e originali.



venerdì 28 giugno 2013

Da costa a costa di Lorenzo Bracco e Dario Voltolini: Un tragicomico viaggio a prezzi stracciati

Da costa a costa
di Lorenzo Bracco e Dario Voltolini
BookSprint Edizioni, 2012


Da costa a costa è un libro molto piacevole che racconta l’esilarante viaggio in crociera di due amici, lo psicoterapeuta L e il paziente D. Si tratta di un divertentissimo diario di bordo, scritto a quattro mani da Dario Voltolini (D), uno dei migliori narratori italiani contemporanei, già autore del piccolo capolavoro Forme d’onda, e da Lorenzo Bracco (L), medico di chiara fama.

Per cercare di “leccare le loro ferite” e svagarsi un po’, D e L decidono di fare assieme una settimana di vacanza scacciapensieri e, approfittando della promozione di una crociera a prezzi stracciati, finalmente partono, portandosi nel viaggio i loro modi d’essere, le loro manie e fissazioni, e i loro piccoli problemini.
D, essere sventurato e camaleontico, si trasforma in conseguenza del contesto in cui si trova: è santo quando la gente si aspetta di lui che sia santo, ubriacone quando la gente vuole che lui sia un ubriacone. E se mangia latte o latticini di mucca emette un odore di topo morto.
Il lagnoso e sfortunato L, invece, può mangiare solo cibi senza glutine e ha una gamba rotta, causa di una serie di disavventure che solo a raccontarle ci vorrebbe un altro libro.

I due, eredi marittimi di Don Chisciotte, narrano le loro mirabolanti avventure all’interno della nave, dotata di ogni comfort e con varie strutture ricreative, come la palestra:
Le loro movenze nella sala ginnica sono misurate  precise, agili e leggiadre come due Tir che fanno manovra nell’area di parcheggio dell’autogrill”
e il teatro 
“Il posto in prima fila, che, non si sa come mai, è rimasto libero per noi nonostante il ritardo, offre l’opportunità di vedere lo spettacolo da sotto le gonne delle ballerine.”

Non da meno sono le tragicomiche peregrinazioni dei due amici nelle varie tappe di fermata del percorso, dalla costa adriatica a quella tirrenica: Venezia, Bari, Corfù (con il suo monastero ortodosso di Paleokastritsa, popolato da 8 monaci e 32 gatti), Malta, Napoli, Genova, Marsiglia e Livorno.

Nel libro vengono perfino raccontati gli inconvenienti, incontrati durante il processo di scrittura del diario di bordo, che producono ulteriori lampi di comicità
“Un momento, perché D si è ferito mentre scriveva. Alle parole di L, D che era al computer girò il viso e andò a urtare contro la propria unghia ferendosi la guancia. Comunque si riprende prontamente come un antico guerriero e ricomincia a pestare sul computer.”

Finito il libro ti resta una sensazione di freschezza e di allegria, e sembra quasi che a essere andati in crociera siete stati in tre: tu, Bracco e Voltolini.





mercoledì 3 aprile 2013

L'ultimo ballo di Charlot di Fabio Stassi: un mondo di risate e lacrime


L’ultimo ballo di Charlot è un libro sorprendente, scritto con semplicità e leggerezza da un giovane scrittore di origine siciliana.

Fabio Stassi con il suo romanzo si è inventato una bella favola, ambientata in un mondo fatto di risate e lacrime; la Morte in persona va a trovare ogni Natale un vecchio e arrugginito Charlie Chaplin che, per aver salva la vita, deve farla ridere. In questo strano patto Chaplin riesce a prolungare la propria esistenza, potendo così restare accanto al proprio figlio ancora piccolo al quale scrive, prima di morire, una lunga lettera in cui racconta i momenti più emozionanti della sua avventurosa vita.
La mia memoria è un  guardaroba così inverosimile che non so più se quello che contiene l’ho vissuto realmente oppure l’ho sognato. Non ci può essere, per me, un confine chiaro tra tutte le cose che mi sono accadute e quelle che non ho smesso di inventare solo nella mia testa.

E così comincia la storia di Charlie che, molto giovane, lascia la famiglia, comincia a girovagare per il mondo in cerca di fortuna, e per poter campare svolge attività di ogni genere: maratoneta, venditore di fiori, maggiordomo, strillone di giornali, imbalsamatore di animali, pugile e allenatore di pugili, tipografo, venditore di caramelle
Più che ai bambini vendevamo caramelle ai vecchi. Mi riempivano il negozio, in certe ore della giornata, come stormi di uccelli migratori che si posano sui rami di un albero, e mentre gli pesavo un etto o due di zuccherini, si sedevano da una parte e beccheggiavano i loro ricordi per interi pomeriggi.”

Ma tutti questi mestieri, come nel caso della breve esperienza di garzone di barbiere, si rivelano incompatibili con la sua vera natura di comico vagabondo
Il mio compito era quello di insaponare le facce della gente. Non puoi credere quanto siano diverse una dall’altra: ruvide spigolose grasse…mi veniva naturale imitarle allo specchio mentre gli massaggiavo le guance, era più forte di me. Chi aspettava il suo turno mi spiava da dietro le spalle e presto l’intera bottega scoppiava a ridere. In pochi giorni, i clienti più permalosi mi fecero cacciare”.

Stassi ripercorre gli avvenimenti romanzati dell’avventurosa vita di Charlie Chaplin, dai primi innamoramenti (“Vedrai come succede le prime volte: ti manca il fiato, la notte ti giri nel letto senza dormire e cominci a fare un mucchio di cose stupide.”), alla sua indimenticabile esperienza al circo, luogo in cui conosce Stan Laurel (“Solo uno era più bravo di me, anche se doveva farsi le ossa: un ragazzo magrolino dall’aria pasticciona, i capelli dritti e gli occhi perennemente sul punto di lacrimare. Sembrava un ballerino che danzava sulle punte lungo un confine di gesso tra realtà e sogno, con una leggerezza che non avevo riconosciuto in nessun acrobata. La sua invenzione più geniale fu farsi passare per stupido di fronte al mondo intero, come se si fosse isolato per sempre in un angolo della sua adolescenza.”)

È un Charlie Chaplin, la cui vita è come il suo modo di camminare fin da bambino, “sul bordo delle strade, un piede dopo l’altro, come un acrobata sul filo.”

Finché un giorno ecco la svolta della sua esistenza: indossa per caso un paio di calzoni sformati, un gilè e una giacca troppo stretti,due scarpe enormi e logore, una bombetta, un bastone e una cravatta a farfalla. Si agita i capelli, si incolla sotto al naso un paio di baffetti neri. È così che nasce la leggenda di Charlot, “il clown vagabondo, il buffone irriverente, il bambino capriccioso che fa le boccacce e ha le mani sporche.” 

Nasce con Charlot una comicità spontanea che riempie gli occhi di risate e lacrime
“Il trucco è sempre lo stesso: fare in modo che il mondo appaia rovesciato, sottosopra. La comicità è una capriola che irride i ricchi, rimette le cose a posto e ripara le ingiustizie. Chiude le porte ai prepotenti e le fa aprire ai deboli e agli indifesi, anche solo per il lampo di un sorriso. È quest’incredulità che ci riempie gli occhi di lacrime. Suscitare il riso e le lacrime è stata la mia infantile protesta contro la miseria, la malattia e il disprezzo, il mio rifiuto dell’odio e di tutte le forme sbagliate che finiscono per governare le relazioni umane. È stupefacente a pensarci quanto sia facile a contagiarsi l’allegria e quanto triste e malato sia invece il mondo.”.

Perché, come dice Charlot, un giorno senza sorriso è un giorno perso.









martedì 11 dicembre 2012

Inchiostro Alcolico: Un Assistente Inaffidabile di Maurizio Salabelle





                                                   L’AUTORE

Maurizio Salabelle, nato a Cagliari nel 1959, ha vissuto gran parte della sua vita in Toscana dove è morto nel 2003, a Pisa, a causa di un male incurabile.
Si tratta di uno degli autori più spiazzanti della narrativa italiana degli ultimi anni, caratterizzato da una personalità timida e schiva e da una natura discreta. E questo vale anche per i suoi romanzi e i suoi racconti, contraddistinti da un’eccezionalità e da un’originalità  non adatta  allo strombazzamento mediatico, e lontani dai riflettori della critica. Salabelle si immerge, con la caparbia ostinazione di un architetto un po’ strampalato, nella fantasticazione  e nella costruzione di macchine narrative che, con una mitezza comica fuori dal comune, colgono l’aspetto immediato della follia umana, e cercano la saggezza nella diversità  e l’assurdità del reale nell’insensatezza della vita quotidiana, provocando l’effetto di uno stupore di tipo ipnotico. La sua è una scrittura secca all’insegna dell’iperrealismo, caratterizzata  da una musicalità armoniosa e ammaliante che tende a guidare il lettore in uno stato di dolce trance in cui allucinazioni totalmente incredibili e paradossali, descritte e catalogate con precisione e competenza, diventano possibili. Così l’inconfondibile mondo di Salabelle  si perde in ricerche visionarie, intessute della stessa materia di cui sono fatti i sogni. Nel corso della sua esistenza Salabelle, oltre a Un assistente inaffidabile ha scritto altri quattro libri: Il mio unico amico (1994), Il maestro Atomi (1997), ambientato in una scuola onirica frequentata da studenti buffi e maestri maniacali, Il caso del contabile (1999) e  L’altro inquilino (2002).




                                                    UN ASSISTENTE INAFFIDABILE

Dopo alcuni fallimenti con le varie case editrici a cui spedì i suoi manoscritti, Maurizio Salabelle riuscì a far pubblicare il suo primo romanzo nel 1992 per la Bollati Boringhieri. Lo scrittore Ermanno  Cavazzoni  racconta di Salabelle, a testimonianza del carattere della sua persona e delle sue opere, che quando fu pubblicato Un assistente inaffidabile, non voleva più uscire di casa per la vergogna, e per un po’ di tempo evitò anche di passare nei pressi della libreria che esponeva il suo libro perché non sapeva che faccia fare passandoci accanto[1].
Con Un assistente inaffidabile[2]  Salabelle vinse il “Premio Giuseppe Berto Opera Prima” e il “Premio Città di Bergamo”. Il romanzo è ambientato dentro una squallida bottega di cappelli, in uno spicchio di mondo ammuffito e imbalsamato, dove uno zio lunatico, che un giorno è depresso e l’altro è allegro, e un nipote, scrittore mancato e assistente che non assiste, trascorrono la loro abulica e insensata esistenza. I due comici e ridicoli esseri hanno l’aspetto allucinato e smarrito in vaghi ricordi, e impiegano il loro tempo sonnecchiando, osservando dalla vetrina della bottega il viavai della strada e architettando strani pensieri privi di qualsiasi logica. Nel resto del loro inutile tempo lo zio si dedica alla lettura di quotidiani, stravaccato su una vecchissima poltrona, sbadigliando continuamente, sazio della lettura e nauseato dagli eventi del giorno, mentre  il nipote è intento a scrivere  improbabili e pessimi romanzi che non pubblicherà mai. Così tutto trascorre nell’inedia e nell’immobilità più totale. E anche quando l’intreccio si colora di nero a causa di un omicidio, la modalità con cui esso viene eseguito, provoca non sgomento ma una comicità esilarante: lo zio afferra goffamente il tubo di una bombola a gas e, girata la manopola,  lo infila nella bocca di un cliente tappandogli il naso; il cliente muore e il suo cadavere rimane in una posizione di “stupore mortuario”, tutto viola per il gas e stranamente imbronciato. E così anche la morte suscita ilarità.

UN INCHIOSTRO COMICO-NOIR CON EFFETTO IPNOTICO

“La mia penna biro, che aveva il tappo tutto morso e non sembrava più scrivere bene, cadeva in continuazione dalla tavola e mi faceva dire orrende bestemmie.”

“Quella mattina uscii alle sette e cinque con l’intenzione di diventare scrittore.”

“Gli scrittori sono in genere persone poco capaci che certe volte possono essere definite senza timore come degli zero assoluti. Spesso non sanno che fare della loro vita, e invece di andare  a commerciare in camicie o fare gli autisti decidono di dedicarsi alla letteratura. Dicono che il 75 per cento di costoro ami alzarsi alle undici, fumare 140 sigarette la settimana e portare per più mesi gli stessi calzoni. Alcuni non sanno salire su un autobus senza aiuto e altri hanno strane idiosincrasie come l’odio per il formaggio, l’insofferenza per i week-end e un’antipatia ingiustificata per certe marche di scendiletto. Un 7 per cento, inoltre, pare incontri difficoltà nel suonare un normalissimo campanello”

“Mio zio trascorreva le ore della giornata facendo degli sbadigli sguaiati, tossicchiando nervosamente ed emettendo rutti di crackers. Ogni tanto tendeva le orecchie per ascoltare l’acqua dei tubi, il ronzio del contatore e quello dello scaldabagno del gabinetto, come se in base al loro suono potesse prevedere il futuro.”

“Osservavo i miei vestiti, la mia faccia sudata e le mie mani contratte, e mi chiedevo con angoscia che tipo di persona fossi in realtà.”

“Guardavo le mattonelle della stanza e meditavo di scrivere su di esse, ma capivo che mai e poi mai sarei riuscito a mutarle in periodi. Le ciabatte di mio zio, abbandonate sull’impiantito e ricoperte di polvere scura, sembravano simboleggiare la mia difficoltà nel riprodurre il pavimento con le parole”

“Certe notti sogno che non fumo, che non ho mai fumato in tutta la mia vita, e al risveglio accendo subito due sigarette per compensare la mia permanenza tra i non fumatori. Ho come l’impressione di dover recuperare qualcosa.”

“Il mio datore di lavoro mi spiegò che la mia mansione di collaudatore di letti imponeva che ogni notte io dormissi su un materasso diverso e che la mattina dopo redigessi una relazione su come avevo passato il tempo del sonno. Io scrivevo relazioni inattendibili . Si trattava di brani fantasiosi che avrei potuto scrivere anche senza fare i collaudi.”

“Lo zio seguiva programmi televisivi di intrattenimento per me stupidissimi. Sullo schermo si vedevano uomini in maglione che gesticolavano eccitatissimi, proferivano improperi e sghignazzavano senza ritegno. Parlavano di quello che mangiavano, dei desideri delle loro mogli o delle ciabatte che mettevano a casa. Il presentatore sorrideva spesso tra di sé come se sottendesse cose ridicole. Si vedevano donne che all’improvviso scoppiavano in pianti inconsolabili, o che raccontavano vacuamente delle loro prime notti con il marito. Gli intervistati si dilungavano in sproloqui declamando teorie inconcludenti in un delirio senza tregua di cui non si comprendeva quasi una sillaba. Queste trasmissioni, che presentavano sempre persone banalissime e prive di un’attrattiva anche minima, erano seguite da mio zio col massimo dell’attenzione e lo tenevano col corpo paralizzato di fronte allo schermo.”

“Lo zio mi confessò il suo delitto: -Ho preso il tubo di una bombola di gas che si trovava nella stanzetta, ho girato la manopola e gliel’ho infilato in bocca tappandogli il naso. Quando ho sentito che non si dibatteva più l’ho disteso per terra- Il cadavere era piegato come un feto in una posizione che lo zio definì di stupore mortuario. Il suo viso era tutto viola per il gas e sembrava stranamente imbronciato.”






[1] Ermanno Cavazzoni, Scrivere in segreto, in La Repubblica, 22 Febbraio 2003
[2]  Maurizio Salabelle, Un assistente inaffidabile, Bollati Boringhieri Editore, Torino 1992










LA STRANA FAMIGLIA DI GIORGIO GABER


Vi presento la mia famiglia
non si trucca, non si imbroglia
è la più disgraziata d'Italia,
anche se soffriamo molto
noi facciamo un buon ascolto
siamo quelli con l'audience più alto.

I miei genitori due vecchi intronati
per mezz'ora si sono insultati
a "C'eravamo tanto amati",
dalla vergogna lo zio Evaristo
si era nascosto, povero Cristo,
lo han già segnalato a "Chi l'ha visto?".

Il Ginetto dell'Idroscalo
quando la moglie lo manda a "fanculo"
piange in diretta con Sandra Milo,
per non parlare di mio fratello
che gli han rotto l'osso del collo
ora fa il morto a "Telefono giallo".

Come ti chiami, da dove chiami,
ci son per tutti tanti premi,
pronto, pronto, pronto tanti gettoni, tanti milioni,
pronto, pronto, pronto con Berlusconi o con la RAI.

E giù in Aspromonte c'ho dei parenti,
li ho rivisti belli contenti
nello "Speciale rapimenti",

mentre a Roma c'è lo zio Renzo
che è analfabeta ma ha scritto un romanzo
è sempre lì da Maurizio Costanzo.

E la fortuna di nonna Piera
che ha ucciso l'amante con la lupara
ha preso vent'anni in "Un giorno in pretura";
mio zio che ha perso la capra in montagna
che era da anni la sua compagna
ha fatto piangere anche Castagna.

Come ti chiami, da dove chiami,
ci son per tutti tanti premi,
pronto, pronto, pronto tanti gettoni, tanti milioni,
pronto, pronto, pronto con Berlusconi o con la RAI.

E poi chi c'è? Ah già, la Tamara
un mignottone di Viale Zara
che ha dato lezioni a Giuliano Ferrara,
e alla fine c'è nonno Renato
che c'ha l'AIDS da quando è nato
ha avuto un trionfo da Mino D'Amato.

Vi ho presentato la mia famiglia
non si trucca non si imbroglia
è la più disgraziata d'Italia.
Il bel paese sorridente
dove si specula allegramente
sulle disgrazie della gente.

Come ti chiami, da dove chiami,
stiam diventando tutti scemi,
pronto, pronto, pronto stiam diventando tutti coglioni,
pronto, pronto, pronto con Berlusconi o con la RAI.





mercoledì 5 dicembre 2012

Inchiostro Alcolico: Improvvisi per macchina da scrivere di Giorgio Manganelli


L’AUTORE

Giorgio Manganelli, nato a Milano nel 1922 e morto a Roma nel 1990, oltre a essere considerato uno dei migliori scrittori italiani del  Novecento, durante la sua esistenza ha svolto varie attività culturali. E' stato insegnante di letteratura inglese nelle scuole superiori e all’Università, e  ha tradotto diversi testi letterari inglesi e americani. E' stato molto impegnato nel campo dell’editoria fondando una rivista, Grammatica,dirigendo per Einaudi la collana La ricerca letteraria, insieme a Guido Davico Bonino e Edoardo Sanguineti,  e collaborando con diverse case editrici.
Manganelli concepisce la letteratura come  assoluta finzione e menzogna integrale fine a se stessa, attività immorale e priva di sincerità, cinica e profondamente asociale, anarchica e felicemente deforme. Essa è in primo luogo un’attività ludica: è gioco, ciarla, ciancia, bubbola, fagiolata, cantafavola. In tale ottica lo scrittore viene a configurarsi come un personaggio irresponsabile che non ha messaggi da affidare all’umanità, e che manifesta tutte le caratteristiche del buffone e del fool, non avendo alcuno scopo particolare se non quello di assemblare gioiosamente le parole sulla carta.
Lo stesso Manganelli aspira a essere uno scrittore buffone e “pazzo”. Egli, attraverso una scrittura vertiginosa e estasiante, produce così una letteratura nullificante e insana, vezzosamente oscena e giocosa. E l’idea che si possa raccontare e divagare senza meta e senza avere niente da dire, imitando il discorso dei dementi, arriva come una rivoluzione nel mondo letterario italiano. In tal modo Manganelli compie una vera e propria azione di sabotaggio nei confronti delle categorie essenziali della pratica letteraria tradizionalmente intesa, contribuendo a ridicolarizzarla attraverso un’operazione di svuotamento e rovesciamento parodico.  L’arma con cui egli dissacra la letteratura tradizionale è il riso. Quella di Manganelli è, infatti, una scrittura suprema e perfetta, pervasa contemporaneamente da un’angoscia nervosa e da un’ilarità grottesca,  che libera un riso giullaresco e pazzoide. Tra le sue numerose opere, spiccano: Hilarotragoedia (1964), Sconclusione (1976), Pinocchio:un libro parallelo (1977), Centuria. Cento piccoli romanzi fiume (1979). Recentemente è stato pubblicato dalla casa editrice Adelphi  Ti ucciderò mia capitale (2011), una raccolta di scritti e racconti, inediti o usciti precedentemente solamente su giornali e riviste, curata da Salvatore Nigro.

IMPROVVISI PER MACCHINA DA SCRIVERE

Il bellissimo titolo del libro, pubblicato nel 1989, sembra voler riprodurre il ticchettio della macchina da scrivere di Manganelli nel momento in cui componeva questi bellissimi e improvvisi pezzi. Il libro raccoglie i funambolici corsivi, apparsi su vari giornali, di Giorgio Manganelli. Egli, infatti, nel corso della sua esistenza, ha lavorato per numerose testate, e con i suoi fulminanti pezzi è stato un mirabile esempio di scrittura giornalistica di elevato livello letterario. I suoi corsivi sono stati scritti tra il  1973 e il 1988  per vari quotidiani, settimanali e riviste come La Stampa, Il Corriere della Sera, Il Mondo, Epoca , L’Espresso, L’Europeo e Il Messaggero. Manganelli considera il corsivo come un genere letterario umorale, litigioso e polemico di cinquanta righe circa in cui, con tonalità ironiche e sarcastiche, prendendo spunto da minimi fatti di cronaca, trasmette al lettore i suoi sentimenti e le sue impressioni che, di volta in volta, in base all’argomento trattato, sono di protesta, disagio, stupore o divertimento. Nei suoi pezzi tratta le più svariate tematiche: arte, politica, manifestazioni culturali e pseudo-culturali, cinema, ristoranti, concorsi, pubblicità, scritte sui muri, animali di ogni tipo  e comici episodi tratti dalla quotidianità come il bizzarro desiderio in punto di morte di una ricca signora di essere seppellita a bordo della sua Ferrari con il sedile comodamente inclinato. Egli destina le sue divertenti polemiche, raggiungendo altissime punte di sarcasmo, soprattutto contro la scuola considerata come un sistema di vessazione che consiste, fin dall’adolescenza, nel prendere una creatura con gli occhi candidi e pieni di curiosità nei confronti del mondo in cui vive e frapporre tra quegli occhi una barriera di libri inutili che trattano di discipline del tutto estranee alla sua realtà. E contro la televisione, il cui miserabile scopo è, secondo Manganelli, tenere lo sciocco spettatore al guinzaglio per ore e ore, nel tentativo di farlo ridere o piangere nello stesso istante in cui altri milioni di teledipendenti ridono o piangono.  I corsivi di Manganelli, prendendo a prestito la felicissima intuizione di Pietro Citati, sono “lacrime di gioia e furori di ilarità che, attraverso una giocosa e mirabolante prosa, “distruggono le istituzioni, i costumi, le abitudini e la noia dell’esistenza quotidiana”.

UN INCHIOSTRO GHIGNANTE E MEFISTOFELICO PER FINISSIMI PALATI

“Ricordo molto bene la mia insegnante di matematica che aveva nei miei confronti una lieve,educata repulsione che, nell’insieme, mi sento di condividere. Costei aveva un modo pacato e sommesso di dirmi, senza guardarmi direttamente, - Non hai capito niente,vero?- Era vero, non capivo niente.”

“Fino all’adolescenza noi tutti siamo entusiasti seguaci delle malattie. I bambini e i giovinetti sono specialisti in grandi ed eroiche febbri, in incubi squassanti,terzane,coliche, quartane, appendiciti, mal d’orecchie,di piedi, di mani, di dita, di falangi, di unghie, di lunule. Il giovane apprendista uomo studia se stesso con sondaggi di malattia,scandagli di febbri ed eritemi.”

“Lo Stato è matto; lo Stato è potente; lo Stato ha le paturnie, ha idee insondabili, umori fantastici, svagatezze, colpi di sole, euforie, depressioni, crisi omicide, sospette generosità;oggi è loquace, domani taciturno e tetro, un giorno vuol buttarsi dalla finestra, un altro giocherella con il rasoio e guarda la gola dei sudditi.”

“Ho l’impressione che la televisione sia una persona che,argutamente travestita da macchina con pulsanti, da ordigno con valvole ed antenne, tenti di entrare in casa mia. Di questa persona diffido: la sospetto garrula, emotivamente instabile, moralmente dubbia, non immune da una punta di isterismo,alternativamente lacrimosa e ridanciana; soprattutto l’apparecchio televisivo mi pare vittima di un complesso, che definirei coazione a sedurre. Ed essere incluso in una fascinazione nazionale è deprimente.”

“Il Festival di Sanremo. Che si fabbrichi, si rappezzi un’ideologia collettiva dell’amorosità, capace di generare un linguaggio, con la sua grammatica, le sue rime, gli accenti; che questo linguaggio produca una musichetta doverosamente poverina, fatta di sette note, come quei romanzi che vantano poche centinaia di parole; tutto ciò mi pare irritante.”


“Ammetto una certa ammirazione per i gatti; isterici,psicotici,solipsisti,sopracciò e fatti-in-là,sbruffoni,taciturni e ringhiosi,non si lasciano assimilare. Intellettualmente maliziosi, sedentari come un filologo, capaci di fare nulla per una vita intera, ironici e distratti. Animale diffidente e crudele, il gatto insegue volatili e topi e zanzare. Ama i davanzali e ignora le vertigini. I cani li odiano e li temono.”

“Sebbene uomini ingegnosi e audaci l’abbiano tentato, specie scrittori, come il mite cronista di Alice, è proibito, da vivi, entrare nello specchio;esso se ne sta immobile e infecondo, come uno specchio d’acqua immota chiusa nella vera di un pozzo; indifferente, non trattiene le immagini; ma solo ne cancella la voce, ne ignora l’odore; lo specchio è il luogo del freddo, della solitudine, è la nostra fotografia pronta per il nostro documento di fantasma. Lo presenteremo all’ingresso del pozzo taciturno.”

“Quando penso alle ore trascorse a studiare chimica e fisica, che mi erano del tutto estranee, non mi interessavano e non mi interessano nulla, so di aver subito un irreparabile torto. Prendere una mente avida, sveglia o quasi, che sa quel che ama e quel che disama, e costringerla a fare tutto, Virgilio e tetraedri, monade e oligoscisti, non vuol dire che una cosa: dimezzare il suo vero e necessario apprendimento, sprecare del tempo, tempo che la vita non restituirà più. No, oggi non si va a scuola. Ci si alza tardi, si ciabatta per casa, si cerca di medicare il rancore per gli acidi che hanno corroso una lontana adolescenza.”

“Quando ci sono le elezioni politiche penso al candidato di voti uno e al candidato di voti zero. Chi sono? Perché si candidano? Quale torbida, rissosa eccitazione li ha indotti a precipitarsi nell’arena politica, in una trama di autodistruzione?Il candidato di voti uno ha una qualche selvaggia e forse pericolosa fiducia in se stesso, dispone di un carisma che ha questa particolare qualità: che agisce solo su di lui. Egli è sedotto, persuaso da se stesso. Crede a se stesso. Quando sarà nella cabina elettorale con fermezza sceglierà se stesso, un lieve sorriso sardonico sulle labbra sottili. Ma prendiamo il candidato di voti zero, che non vota neppure per se stesso. Non posso nascondere l’affetto, la tenerezza, la complicità innocente che mi lega a costui. Si è candidato per cortesia, per ingenuità, per distrazione, perché non ha saputo dir di no, forse per un effimero moto di entusiasmo per se stesso. Nel segreto della cabina elettorale sa già che nessuno al mondo, neppure per dileggio, voterà il suo nome. In un momento d’orgoglio, egli non vota se stesso. Ed ora esce dalla cabina e consegna la scheda con elegante amarezza, con coraggio,lui, il candidato di preferenze zero.”

“I cani sono animali misteriosi. Deploro la tendenza dei cani a trattare l’uomo come un essere superiore. Ho visto cani che guardavano con riverenza anche me. Esagerati. I cani hanno qualcosa dei falliti. Mi fanno pensare a quegli straordinari buffoni che fanno scene da sbellicarsi e non ridono mai. I cani sono seri, un po’ malinconici e hanno l’arte di provocare i sensi di colpa.”


“Da anni io bevo qualunque acqua minerale, eccetto una. Avete capito? Da anni una certa acqua minerale ha invaso radio, televisione, fuoriprogramma cinematografico, giornali, settimanali, riviste di filologia classica, ha occupato muri, palizzate, case in costruzione, ha corrotto ristoranti,alberghi, case di cura, cimiteri, e tutto questo all’unico scopo di essere bevuta da me. E io non la bevo.”


   







venerdì 9 novembre 2012

Inchiostro Alcolico: Il Poema dei Lunatici di Ermanno Cavazzoni



                                                                       L’AUTORE
Ermanno Cavazzoni, nato a Reggio Emilia nel 1947, è uno scrittore originale, eclettico e sorprendente.  Egli è convinto che, quando si scrive, bisogna produrre delle cose un po’ sgangherate che creino stupore nel lettore. La sua è una letteratura fondata sul gusto del farneticare delle parole e su di una comicità che suscita meraviglia. A definire nel migliore dei modi lo stile cavazzoniano ci ha pensato il critico letterario Epifanio Ajello, il quale afferma che la sua scrittura  è come un suono che si unisce al disegnare; ma un disegnare che sbava via dai contorni delle cose, tipico dei bambini con gli album da colorare. E si rimane stupiti dal guazzabuglio di colori fuori dalle linee imposte delle cose o dei personaggi nei fogli del libro. E tutto sembra più bello, mostrando come sia possibile fare dell’altro fuori dalle regole. Tra le opere di Cavazzoni, oltre a Il poema dei lunatici (1987), che è considerato unanimemente il suo capolavoro, si ricordano: Le tentazioni di Girolamo (1991), romanzo ambientato in una bizzarra biblioteca notturna frequentata da strampalati lettori insonni; Vite brevi di idioti (1994), una raccolta di biografie di matti paesani; il romanzo comico-onirico Cirenaica (1999); Gli scrittori inutili (2002), surreale e canzonatoria antologia comica di ritratti di scrittori ridicoli, equiparati a dei matti nevrotici;Storia naturale dei giganti(2007), una buffa enciclopedia sui giganti; e il favoloso bestiario comico Guida agli animali fantastici (2011).
 
                                                                       

                                                       IL POEMA DEI LUNATICI
Protagonista e voce narrante del romanzo è Savini, un personaggio stralunato e matto. Egli è un ricercatore di messaggi segreti, lasciati all’interno di bottiglie dentro ai pozzi, e di popolazioni invisibili e inesistenti. Porta avanti questa sua bizzarra missione attraversando una pianura padana incantata e surreale, e facendo strani e comici incontri con altri personaggi. In seguito a conversazioni con gente  stramba come lui, Savini raccoglie nuove informazioni, ma la sua strana missione, man mano che il viaggio prosegue verso luoghi sconosciuti e inesplorati, invece di farsi chiara e lucida, diventa sempre più confusa e intricata. Ad aumentare la confusione, a un certo punto dell’avventura, un altro personaggio altrettanto matto e nevrotico, il fantomatico e paranoico prefetto Gonella, si associa alla missione segreta del protagonista, facendogli credere di essere il suo capo e superiore, e dando a Savini l’incarico di intendente della sua immaginifica prefettura. Savini e Gonnella si integrano perfettamente con la loro stramberia, e assomigliano a una coppia di esploratori clown e donchisciotteschi: il primo girovaga per svolgere le sue strampalate ricerche, mentre il secondo esamina e interpreta le ricerche fatte. E i risultati delle scoperte fatti dai due non possono che essere comici e provocare il riso, perché appartengono al mondo di una matta immaginazione, e perché lo sguardo sghembo della strana coppia distorce il mondo in una continua e ilare allucinazione. Alla fine della vicenda questa continua confusione mentale porta alla perdita quasi completa dell’identità di Savini che non sa più chi è, e l’unica cosa che gli resta da fare è quella di ritornare dal manicomio dal quale era scappato, non si sa se realmente o solo in sogno, e mettersi a scrivere le avventure che gli sono successe.



UN ECCELLENTE INCHIOSTRO REGGIANO CON STRAORDINARI EFFETTI ALLUCINOGENI

"Quel giorno avevo il cervello distratto, e mi venivano dal sonno delle immaginazioni che mi facevan stupire”

“Mi ricordo che da bambino  stavo più che potevo sui tetti e vedevo il giorno che passava e la sera. Giravo sui tetti ed ero padrone di me,padrone di non essere nulla, in un livello che era intermedio col cielo e che non veniva considerato da nessuno .  Era un posto che avevo  scoperto da solo e ci andavo a girare perché ero insieme a terra e per aria e guardavo giù  e su e vedevo le cose bellissime perché erano un po’ tutte distanti e inspiegabili: giù vedevo la gente e le macchine , su vedevo tutti gli uccelli per aria e ero contento che andassero ognuno dove voleva. Poi mi piaceva vedere le nuvole al vento, che durano poco, e la luna, e le stelle, e le stelle cadenti. Pensavo che uno si può sedere sul tetto beato di non essere niente ma di essere contento cercando  di stare sempre più in alto e di scomparire. Io pensavo che i tetti avessero questo vantaggio e ci passavo molto tempo. La mia educazione l’ho avuta dai tetti, mio padre era l’aria del cielo e mia madre l’odore che viene su dalla terra. E io stavo tra mio padre e mia madre sui tetti e mi sono educato così."

“Io voglio bene al mio ferro da stiro che è un piccolo ferro tutto contento di andare a stirare. E’ un piccolo ferro che ha la sua spina, e ci stimiamo reciprocamente. Io lo prendo quando devo stirare, e lui mi sembra sempre molto contento, contento di me; e si dà da fare su tutta la biancheria, sulle camicie; e delle volte gli piace scherzare sui centrini o sulle tovaglie, e fa come se dovesse bruciarli,per farmi avere paura. Ma è uno scherzo tra noi, così, per ridere un po’”

“Nel complesso era una persona che non gli piaceva parlare, e preferiva parlare con gli occhi.”

“Si doveva essere perso in un dormiveglia sereno e improvviso, un dormiveglia da pomeriggio.”

“Intanto guardavo il barista che aveva una giacchetta bordò e sporgeva solo con quella da dietro il bancone;sembrava un direttore d’orchestra, anche se faceva la parte del perfetto barista. Era pettinato con una riga drittissima e prendeva un liquore secondo l’ordinazione, e lo serviva, abilissimo, nel bicchierino sul banco, e poi ghiaccio se ci voleva, o limone, e via dicendo, con i movimenti da vero maestro, e rispondeva: sì, no, o sissignore, e altre parole che significano che tutto va a meraviglia.”

“I sogni sono scherzi che fan le budella agli occhi e al cervello. Sono girandole fatte per ridere.”

“Secondo me le donne hanno un influsso che gira per aria, e se tu lo respiri e ti va dentro al sistema nervoso, allora sei fritto!”

"Io pensavo che le donne fossero una fantasia che ti viene a trovare, e non si sa quale ti capita. E che quindi fossero anche, come possibilità, galline, o che fossero ad esempio un vapore che ti fa soffrire, o un male di petto, o una febbre mentale, un'asma, oppure un venticello celeste, o in certi casi anche dei granchi o degli stantuffi. Cioè non si può dire niente di fisso o di certo sulle donne. Io quindi pensavo che le donne, nella loro sostanza, fossero tutta una fauna indecisa, cioè come un galoppo di sirene o orche marine che passa nel midollo spinale e dentro la fronte. E poi pensavo anche che fossero leopardi, cammelli, cornacchie, volpi, zanzare, formiche,eccetera all'infinito. Perché chi può sapere i casi che ci son nella vita di incantamento femminile?!"

“Mah! Qui non fanno altro tutti che dire e parlare. Alla fine poi che cos’è  che c’è  da dire? Che cosa? Che c’è poco da dire l’ho capito fin da bambino, poi dopo l’ho ancora capito meglio. Io sento che c’è in giro molto quest’abitudine di stare a parlare; come ad esempio dire che le cose stanno in un modo o in un altro, e così via. Non so perché prima credevo che fossi io uno che sta lì e non sa cosa dire. Ma poi invece ho visto che c’è poco da dire davvero.”



Raphael Gualazzi- Reality and Fantasy





giovedì 25 ottobre 2012

Inchiostro Alcolico: La banda dei sospiri di Gianni Celati


                                                        L’AUTORE
Gianni Celati, nato a Sondrio nel 1937, è uno dei maggiori narratori italiani viventi. Si tratta di uno scrittore vagabondo dallo stile inconfondibile che non ha mai smesso di scrivere e spostarsi. I suoi scritti sono caratterizzati da un’evidente spontaneità, immediatezza e comicità. Secondo Celati narrare significa disperdersi, far divagare la propria mente, allontanarsi dagli schematismi e dalle convenzioni, come quando si guardano le nuvole in cielo cercando di indovinarne la forma mutevole.  In tal modo la narrazione trasporta  il lettore in un altro mondo, sottraendolo al peso della realtà. Il neologismo da lui coniato, “fantasticazione”, corrisponde al termine inglese revery, con cui si definisce l’atto del fantasticare. Questa parola rimanda all’idea di una totale distensione e rilassamento del corpo nell’atto della scrittura, che si compie in uno stato di dormiveglia, come se si scrivesse sotto l’impulso di alcuni sogni. Tra le sue opere, oltre a La banda dei sospiri (1976), si possono ricordare: Comiche (1971), Le avventure di Guizzardi (1972), Lunario del Paradiso (1978), Narratori delle pianure (1985), Quattro novelle sulle apparenze (1987), Verso la foce (1988), Avventure in Africa (1998), Cinema naturale (2001) e Fata Morgana (2005)


                                            LA BANDA DEI SOSPIRI
Il romanzo è la storia di un allegro, puzzolente e tragicomico ragazzino di nome Garibaldi, e della sua sgangherata famiglia che include: un padre sbraitone e bestemmiatore, una madre sarta che fa compassione, un disgraziato fratello, inventore di storie strampalate e aspirante romanziere, e vari zii, nonni e cugini, ognuno con i suoi tic. Il piccolo Garibaldi, come ogni ragazzo della sua età, frequenta la scuola, descritta come un luogo strambo in cui a insegnare c’è un maestro pelato con la fissa delle poesie a memoria, e a tentare di imparare dei bizzarri compagni, che più che pensare a studiare sono soliti masturbarsi sotto i banchi mentre il loro insegnante svolge le sue lunghissime e noiosissime lezioni su Leopardi. In mezzo a questo divertente e giocoso sfondo, Garibaldi, con i suoi occhi di bambino, indaga sulle attività dei grandi come la politica, la religione e il sesso traendone delle spassose conclusioni. La banda dei sospiri è un libro comico perfetto che rallegra il lettore portandolo in un mondo infantile e colorato.


UNA BOTTIGLIA D'INCHIOSTRO  RIDARELLO

“Il mio disgraziato fratello ha sempre avuto tante pretese nella vita, e da piccolo non mi lasciava mai in pace a volermi raccontare tutte le sue storie e sogni da ragazzo. Io non sapevo neanche di cosa parlasse, ma per calmarlo facevo quella funzione di ascoltare i suoi discorsi e applaudirlo, in quanto ero il fratello minore.”
“Io piccolino dormivo in un letto grande in mezzo a queste due sorelle, la bruna di qua e la bionda di là. Loro mi mettevano una mano per di sotto e mi venivano dappertutto con le dita a solleticarmi, che quindi io facevo dei salti. Perché una sorella mi stuzzicava il manico, e l’altra mi stuzzicava il sedere, e anch’io dunque volevo stuzzicarle loro tra le gambe per una forma di scherzo, strappandogli magari qualche pelo per divertirci.”

“Nel quadro c’era dipinta una donna con due grosse tette. Io prendevo una lente d’ingrandimento e montavo sopra una sedia per guardarmela meglio. Questa donna era sdraiata, con una mano si grattava il mento, e l’altra mano l’aveva sulla topa, per tenerci sopra un velo. Io sulla mia sedia spiavo tra le sue dita, e speravo molto di vedere cosa c’è sotto il velo. Ma questo neanche con la lente d’ingrandimento si riusciva a vedere. Allora ho preso un temperino, e andavo a scrostare dove c’è il velo, per vedere cosa c’è sotto. Ma sotto il velo c’era la tela e non la topa. Ci sono restato un po’ male. Poi ho tappato il buco con pane masticato.”

“Nella mia scuola c’era uno scalone con due statue in basso di donne con l’elmo in testa e le sottane corte. Noi passando da lì facevamo sempre il gesto di mettere una mano sotto le sottane di quelle donne, e di godere molto con spasimi di gioia in faccia. Poi certe volte negli intervalli scolastici, non visti scappavamo giù per le scale e montavamo sopra le statue per di dietro facendo le mosse dei cani in calore. Certuni hanno anche estratto il loro manico per metterglielo nel buco sotto la sottana a una di queste statue, e fare le mosse dei cani in calore. Però il buco essendo di pietra gli ha graffiato tutto il manico, che dopo hanno dovuto fare gli impacchi. I compagni hanno  cominciato a dire questa storia, che cioè quelle statue a metterglielo dentro si godeva moltissimo, ma addentavano.”

“Come era composta la nostra scuola? Tutti scolari maschi! Le scolare femmine erano in un’altra scuola vicina, dove noi delle volte andavamo a fare rappresaglie contro le bambine che vorrebbero avere da noi corteggiamenti. Alle bambine noi gli sputavamo in testa perché non ci piacciono, siccome non hanno le tette!”

“Era così. Io le mettevo un braccio intorno alla vita e stringevo tutto contento, perché non l’avevo mai fatto questo, di mettere un braccio intorno a una donna. Allora la scruto negli occhi e lei si lascia scrutare, sempre un po’ ridendo. Allora ridevo anch’io dalla soddisfazione, e adesso siamo molto abbracciati. E qui stavo a guardarle da vicino quel rossetto luccicante che porta sulle labbra, e mi chiedevo: sporcherà questo rossetto? Lei ha voluto darmi la prova che non sporca mollandomi un bacio. Un bacio a me sulla bocca, che mi ha dato all’improvviso. Ohè mi ha fatto girare la testa. Tant’è che dopo le mangiavo anche un po’ di capelli masticandoli molto entusiasta. Perché era proprio una roba da sogno questo bacio che non si dimentica, con noi due così stretti abbracciati per la strada quella sera.”

“Si pensava a quei tempi che se uno andava da una ragazza e la baciava, tutto era fatto e lei doveva essere sua fidanzata per sempre. Noi però non eravamo mai riusciti a dare a nessuna un bacio così, prima di tutto perché le bambine della nostra età non ci piacevano, e le mandavamo via con parole e sputi se venivano a fare le smorfiose. Secondo perché alle ragazze alte e signorine non ci arrivavamo ancora come altezza a baciarle sulla bocca, e dunque come fare?”

“Con tutti i guai della vita ci manca anche questa invenzione degli innamoramenti d’amore per far perdere tempo alla gente.”

“Si credeva a quei tempi che dovesse abbastanza in fretta scoppiare una rivoluzione, con ammazzamento di tutti i maiali superiori e trionfo del popolo e della libertà. Invece poi a quanto pare la rivoluzione non scoppia mai, e i maiali superiori ricchi e furbi sempre continuano a vivere alle spalle dei poveri miserabili che tirano la carretta.”

“Essendo un vagabondo che va libero per le strade senza pensieri in testa e con la bocca chiusa, non sapevo dove andare e andavo per divertimento al cimitero a leggere tutti i nomi sulle tombe e a guardare i ritratti dei defunti.”

“Con mio fratello delle volte alla sera progettavamo fughe per girare il mondo con un sacchetto in spalla. Si doveva prendere il treno, poi a piedi attraversare certe foreste che mio fratello conosceva benissimo perché se le era sognate di notte. Poi ci imbarcavamo su una nave diretta chissà dove. Però le fughe a chiacchiere sono una cosa e quelle vere un’altra. A dir la verità il mio disgraziato fratello preferiva stare a casa a leggere tanti libri e menarselo. E il massimo che abbiamo fatto come fuga è stato di andare alla stazione, dove lui si è letto tutti gli orari dei treni e poi siamo tornati a casa in silenzio.”






Colapesce- Bogotà

Le storie di questa casa vuota
Bastano a riempire una reggia
Quando eravamo dei nani impazziti Ricordi?
Poi arrivò quel cane nero
Non si dormiva la notte
Cicale e formiche facevano festa nel cortile

L’odore di pianta annaffiata
Di cuoio e di carne montana
La mia bicicletta
I tuoi soldatini immersi nel fango
Ed una mosca che pareva sempre la stessa
Ogni anno era li insieme a quel geco
La cena e un pigiama
E la sera finiva un po’ prima

Io la notte ancora sto sveglio
A pensare al tempo che ho perso
…E ne accumulo altro…

Le sfide raccolte a vent’anni
Nel sonno la scelta è nel buio
La tecnologia ammortizza
Il rimpianto e l’attesa
Partisti tamburo ed ombrello
Per anni sulla tuscolana
Adesso dispersi cerchiamo la pace
Nelle ombre degli altri
Fratello nuotiamo d’inverno
Il freddo rafforza le ossa
I tuoi soldatini nel fango
Sorvegliano ancora il quartiere

Io la notte ancora sto sveglio
A pensare al tempo che ho perso
…E ne accumulo altro…