Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi
di Carlo Sperduti
Gorilla Sapiens Edizioni, 2013
Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi di Carlo Sperduti è un libro strampalato, surreale e delirante fin dal titolo. E si tratta di un delirio costante che emerge già dalla prefazione, firmata da un certo Gero Mannella, la cui breve nota biografica riporta le seguenti informazioni: “Scrive cazzate sin dalla più tenera età, si scaccola ai funerali con la mano non visibile al morto e usa pisciare dando le spalle alla rotazione terrestre”.
Il giovane Sperduti erge a protagoniste indiscusse dei suoi racconti le parole, che innescano un confusionario e vaneggiante gioco fonico, sfociante quasi sempre nel non sense. I funambolici giochi di parole dell’autore sono in qualche modo affini alle sperimentazioni linguistiche dell’OpLePo, l’Opificio di Letteratura Potenziale, e in particolare ai divertissement poetici di Paolo Albani e all’originalissimo libretto I sette cuori di Ermanno Cavazzoni.
Nei racconti di Sperduti, caratterizzati dalla leggerezza, dal fine umorismo e dal sottile gusto per il paradosso, tutto è possibile. Si possono trovare streghe dislessiche. Un fusillo, precipitato per terra dopo una forchettata maldestra, può dar vita a un giallo misterioso che si risolverà solo dopo molti anni. Uomini innamorati, appena lasciati da una donna bionda di nome Chiara, non possono ordinare al bar una birra chiara, e nemmeno una birra bionda, perché il solo pronunciare quelle due parole andrebbe ad acuire la loro sofferenza. Si può, infine, avere a che fare con strane ragazze, affette dalla sindrome delle canzonette, che presentano il tic di pronunciare in ogni momento delle loro giornate la stessa snervante melodia Turuttuttù nairananài.
Il lettore, di fronte a certi passaggi assurdi e quasi incomprensibili presenti nel testo di Sperduti, viene totalmente sviato e non sa se è meglio ridere o piangere, continuare a leggere o chiudere definitivamente il libro. Dopo qualche tentennamento, decide però di leggerlo tutto, e alla fine rimane in uno stato di trance, completamente istupidito, ma con uno strano sorriso sulle labbra che non si sa spiegare. E non può far altro che constatare che i racconti di Sperduti, pur nella loro anomalia e assurdità, sono davvero divertenti e originali.
Da costa a costa è un libro molto piacevole che racconta l’esilarante viaggio in crociera di due amici, lo psicoterapeuta L e il paziente D. Si tratta di un divertentissimo diario di bordo, scritto a quattro mani da Dario Voltolini (D), uno dei migliori narratori italiani contemporanei, già autore del piccolo capolavoro Forme d’onda, e da Lorenzo Bracco (L), medico di chiara fama.
Per cercare di “leccare le loro ferite” e svagarsi un po’, D e L decidono di fare assieme una settimana di vacanza scacciapensieri e, approfittando della promozione di una crociera a prezzi stracciati, finalmente partono, portandosi nel viaggio i loro modi d’essere, le loro manie e fissazioni, e i loro piccoli problemini.
D, essere sventurato e camaleontico, si trasforma in conseguenza del contesto in cui si trova: è santo quando la gente si aspetta di lui che sia santo, ubriacone quando la gente vuole che lui sia un ubriacone. E se mangia latte o latticini di mucca emette un odore di topo morto.
Il lagnoso e sfortunato L, invece, può mangiare solo cibi senza glutine e ha una gamba rotta, causa di una serie di disavventure che solo a raccontarle ci vorrebbe un altro libro.
I due, eredi marittimi di Don Chisciotte, narrano le loro mirabolanti avventure all’interno della nave, dotata di ogni comfort e con varie strutture ricreative, come la palestra:
“Le loro movenze nella sala ginnica sono misurate precise, agili e leggiadre come due Tir che fanno manovra nell’area di parcheggio dell’autogrill”
e il teatro
“Il posto in prima fila, che, non si sa come mai, è rimasto libero per noi nonostante il ritardo, offre l’opportunità di vedere lo spettacolo da sotto le gonne delle ballerine.”
Non da meno sono le tragicomiche peregrinazioni dei due amici nelle varie tappe di fermata del percorso, dalla costa adriatica a quella tirrenica: Venezia, Bari, Corfù (con il suo monastero ortodosso di Paleokastritsa, popolato da 8 monaci e 32 gatti), Malta, Napoli, Genova, Marsiglia e Livorno.
Nel libro vengono perfino raccontati gli inconvenienti, incontrati durante il processo di scrittura del diario di bordo, che producono ulteriori lampi di comicità
“Un momento, perché D si è ferito mentre scriveva. Alle parole di L, D che era al computer girò il viso e andò a urtare contro la propria unghia ferendosi la guancia. Comunque si riprende prontamente come un antico guerriero e ricomincia a pestare sul computer.”
Finito il libro ti resta una sensazione di freschezza e di allegria, e sembra quasi che a essere andati in crociera siete stati in tre: tu, Bracco e Voltolini.
L’ultimo
ballo di Charlot è un libro sorprendente, scritto con
semplicità e leggerezza da un giovane scrittore di origine siciliana.
Fabio Stassi con il suo
romanzo si è inventato una bella favola, ambientata in un mondo fatto di risate
e lacrime; la Morte in persona va a trovare ogni Natale un vecchio e arrugginito
Charlie Chaplin che, per aver salva la vita, deve farla ridere. In questo
strano patto Chaplin riesce a prolungare la propria esistenza, potendo così restare
accanto al proprio figlio ancora piccolo al quale scrive, prima di morire, una
lunga lettera in cui racconta i momenti più emozionanti della sua avventurosa
vita.
“La mia memoria è un guardaroba così
inverosimile che non so più se quello che contiene l’ho vissuto realmente
oppure l’ho sognato. Non ci può essere, per me, un confine chiaro tra tutte le
cose che mi sono accadute e quelle che non ho smesso di inventare solo nella
mia testa.”
E così comincia la
storia di Charlie che, molto giovane, lascia la famiglia, comincia a girovagare
per il mondo in cerca di fortuna, e per poter campare svolge attività di ogni
genere: maratoneta, venditore di fiori, maggiordomo, strillone di giornali,
imbalsamatore di animali, pugile e allenatore di pugili, tipografo, venditore
di caramelle
“Più che ai bambini vendevamo caramelle ai vecchi. Mi riempivano il
negozio, in certe ore della giornata, come stormi di uccelli migratori che si
posano sui rami di un albero, e mentre gli pesavo un etto o due di zuccherini,
si sedevano da una parte e beccheggiavano i loro ricordi per interi pomeriggi.”
Ma tutti questi
mestieri, come nel caso della breve esperienza di garzone di barbiere, si
rivelano incompatibili con la sua vera natura di comico vagabondo
“Il mio compito era quello di insaponare le facce della gente. Non puoi
credere quanto siano diverse una dall’altra: ruvide spigolose grasse…mi veniva
naturale imitarle allo specchio mentre gli massaggiavo le guance, era più forte
di me. Chi aspettava il suo turno mi spiava da dietro le spalle e presto
l’intera bottega scoppiava a ridere. In pochi giorni, i clienti più permalosi
mi fecero cacciare”.
Stassi ripercorre gli
avvenimenti romanzati dell’avventurosa vita di Charlie Chaplin, dai primi
innamoramenti (“Vedrai come succede le
prime volte: ti manca il fiato, la notte ti giri nel letto senza dormire e
cominci a fare un mucchio di cose stupide.”), alla sua indimenticabile
esperienza al circo, luogo in cui conosce Stan Laurel (“Solo uno era più bravo di me, anche se doveva farsi le ossa: un ragazzo
magrolino dall’aria pasticciona, i capelli dritti e gli occhi perennemente sul
punto di lacrimare. Sembrava un ballerino che danzava sulle punte lungo un
confine di gesso tra realtà e sogno, con una leggerezza che non avevo
riconosciuto in nessun acrobata. La sua invenzione più geniale fu farsi passare
per stupido di fronte al mondo intero, come se si fosse isolato per sempre in
un angolo della sua adolescenza.”)
È un Charlie Chaplin,
la cui vita è come il suo modo di camminare fin da bambino, “sul bordo delle strade, un piede dopo
l’altro, come un acrobata sul filo.”
Finché un giorno ecco
la svolta della sua esistenza: indossa per caso un paio di calzoni sformati, un
gilè e una giacca troppo stretti,due scarpe enormi e logore, una bombetta, un
bastone e una cravatta a farfalla. Si agita i capelli, si incolla sotto al naso
un paio di baffetti neri. È così che nasce la leggenda di Charlot, “il clown vagabondo, il buffone irriverente,
il bambino capriccioso che fa le boccacce e ha le mani sporche.”
Nasce con
Charlot una comicità spontanea che riempie gli occhi di risate e lacrime
“Il
trucco è sempre lo stesso: fare in modo che il mondo appaia rovesciato,
sottosopra. La comicità è una capriola che irride i ricchi, rimette le cose a
posto e ripara le ingiustizie. Chiude le porte ai prepotenti e le fa aprire ai
deboli e agli indifesi, anche solo per il lampo di un sorriso. È quest’incredulità
che ci riempie gli occhi di lacrime. Suscitare il riso e le lacrime è stata la
mia infantile protesta contro la miseria, la malattia e il disprezzo, il mio
rifiuto dell’odio e di tutte le forme sbagliate che finiscono per governare le
relazioni umane. È stupefacente a pensarci quanto sia facile a contagiarsi
l’allegria e quanto triste e malato sia invece il mondo.”.
Perché, come dice
Charlot, un giorno senza sorriso è un giorno perso.
Maurizio
Salabelle, nato a Cagliari nel 1959, ha vissuto gran parte della sua vita in
Toscana dove è morto nel 2003, a Pisa, a causa di un male incurabile.
Si
tratta di uno degli autori più spiazzanti della narrativa italiana degli ultimi
anni, caratterizzato da una personalità timida e schiva e da una natura
discreta. E questo vale anche per i suoi romanzi e i suoi racconti,
contraddistinti da un’eccezionalità e da un’originalità non adatta
allo strombazzamento mediatico, e lontani dai riflettori della critica. Salabelle
si immerge, con la caparbia ostinazione di un architetto un po’ strampalato,
nella fantasticazione e nella
costruzione di macchine narrative che, con una mitezza comica fuori dal comune,
colgono l’aspetto immediato della follia umana, e cercano la saggezza nella
diversità e l’assurdità del reale
nell’insensatezza della vita quotidiana, provocando l’effetto di uno stupore di
tipo ipnotico. La sua è una scrittura secca all’insegna dell’iperrealismo, caratterizzata da una musicalità
armoniosa e ammaliante che tende a guidare il lettore in uno stato di dolce
trance in cui allucinazioni totalmente incredibili e paradossali, descritte e
catalogate con precisione e competenza, diventano possibili. Così l’inconfondibile
mondo di Salabelle si perde in ricerche
visionarie, intessute della stessa materia di cui sono fatti i sogni. Nel corso
della sua esistenza Salabelle, oltre a Un
assistente inaffidabile ha scritto altri quattro libri: Il mio unico amico (1994), Il maestro Atomi (1997), ambientato in
una scuola onirica frequentata da studenti buffi e maestri maniacali, Il caso del contabile (1999) e L’altro
inquilino (2002).
UN ASSISTENTE INAFFIDABILE
Dopo
alcuni fallimenti con le varie case editrici a cui spedì i suoi manoscritti,
Maurizio Salabelle riuscì a far pubblicare il suo primo romanzo nel 1992 per la
Bollati Boringhieri. Lo scrittore Ermanno
Cavazzoni racconta di Salabelle,
a testimonianza del carattere della sua persona e delle sue opere, che quando
fu pubblicato Un assistente inaffidabile,
non voleva più uscire di casa per la vergogna, e per un po’ di tempo evitò
anche di passare nei pressi della libreria che esponeva il suo libro perché non
sapeva che faccia fare passandoci accanto[1].
Con Un assistente inaffidabile[2]Salabelle vinse il “Premio Giuseppe
Berto Opera Prima” e il “Premio Città di Bergamo”. Il romanzo è ambientato
dentro una squallida bottega di cappelli, in uno spicchio di mondo ammuffito e
imbalsamato, dove uno zio lunatico, che un giorno è depresso e l’altro è
allegro, e un nipote, scrittore mancato e assistente che non assiste,
trascorrono la loro abulica e insensata esistenza. I due comici e ridicoli
esseri hanno l’aspetto allucinato e smarrito in vaghi ricordi, e impiegano il
loro tempo sonnecchiando, osservando dalla vetrina della bottega il viavai
della strada e architettando strani pensieri privi di qualsiasi logica. Nel
resto del loro inutile tempo lo zio si dedica alla lettura di quotidiani,
stravaccato su una vecchissima poltrona, sbadigliando continuamente, sazio
della lettura e nauseato dagli eventi del giorno, mentre il nipote è intento a scrivere improbabili e pessimi romanzi che non
pubblicherà mai. Così tutto trascorre nell’inedia e nell’immobilità più totale.
E anche quando l’intreccio si colora di nero a causa di un omicidio, la
modalità con cui esso viene eseguito, provoca non sgomento ma una comicità
esilarante: lo zio afferra goffamente il tubo di una bombola a gas e, girata la
manopola, lo infila nella bocca di un
cliente tappandogli il naso; il cliente muore e il suo cadavere rimane in una
posizione di “stupore mortuario”, tutto viola per il gas e stranamente
imbronciato. E così anche la morte suscita ilarità.
UN INCHIOSTRO
COMICO-NOIR CON EFFETTO IPNOTICO
“La mia penna
biro, che aveva il tappo tutto morso e non sembrava più scrivere bene, cadeva
in continuazione dalla tavola e mi faceva dire orrende bestemmie.”
“Quella mattina uscii alle sette e cinque con l’intenzione di diventare scrittore.”
“Gli scrittori
sono in genere persone poco capaci che certe volte possono essere definite
senza timore come degli zero assoluti. Spesso non sanno che fare della loro
vita, e invece di andare a commerciare
in camicie o fare gli autisti decidono di dedicarsi alla letteratura. Dicono
che il 75 per cento di costoro ami alzarsi alle undici, fumare 140 sigarette la
settimana e portare per più mesi gli stessi calzoni. Alcuni non sanno salire su
un autobus senza aiuto e altri hanno strane idiosincrasie come l’odio per il
formaggio, l’insofferenza per i week-end e un’antipatia ingiustificata per
certe marche di scendiletto. Un 7 per cento, inoltre, pare incontri difficoltà
nel suonare un normalissimo campanello”
“Mio zio
trascorreva le ore della giornata facendo degli sbadigli sguaiati,
tossicchiando nervosamente ed emettendo rutti di crackers. Ogni tanto tendeva
le orecchie per ascoltare l’acqua dei tubi, il ronzio del contatore e quello
dello scaldabagno del gabinetto, come se in base al loro suono potesse
prevedere il futuro.”
“Osservavo i
miei vestiti, la mia faccia sudata e le mie mani contratte, e mi chiedevo con
angoscia che tipo di persona fossi in realtà.”
“Guardavo le
mattonelle della stanza e meditavo di scrivere su di esse, ma capivo che mai e
poi mai sarei riuscito a mutarle in periodi. Le ciabatte di mio zio,
abbandonate sull’impiantito e ricoperte di polvere scura, sembravano
simboleggiare la mia difficoltà nel riprodurre il pavimento con le parole”
“Certe notti
sogno che non fumo, che non ho mai fumato in tutta la mia vita, e al risveglio
accendo subito due sigarette per compensare la mia permanenza tra i non
fumatori. Ho come l’impressione di dover recuperare qualcosa.”
“Il mio datore di
lavoro mi spiegò che la mia mansione di collaudatore di letti imponeva che ogni
notte io dormissi su un materasso diverso e che la mattina dopo redigessi una
relazione su come avevo passato il tempo del sonno. Io scrivevo relazioni
inattendibili .
Si trattava dibrani fantasiosi che avrei potuto scrivere anche senza fare i
collaudi.”
“Lo zio seguiva
programmi televisivi di intrattenimento per me stupidissimi. Sullo schermo si
vedevano uomini in maglione che gesticolavano eccitatissimi, proferivano improperi
e sghignazzavano senza ritegno. Parlavano di quello che mangiavano, dei
desideri delle loro mogli o delle ciabatte che mettevano a casa. Il
presentatore sorrideva spesso tra di sé come se sottendesse cose ridicole. Si
vedevano donne che all’improvviso scoppiavano in pianti inconsolabili, o che
raccontavano vacuamente delle loro prime notti con il marito. Gli intervistati
si dilungavano in sproloqui declamando teorie inconcludenti in un delirio senza
tregua di cui non si comprendeva quasi una sillaba. Queste trasmissioni, che
presentavano sempre persone banalissime e prive di un’attrattiva anche minima,
erano seguite da mio zio col massimo dell’attenzione e lo tenevano col corpo
paralizzato di fronte allo schermo.”
“Lo zio mi
confessò il suo delitto: -Ho preso il tubo di una bombola di gas che si trovava
nella stanzetta, ho girato la manopola e gliel’ho infilato in bocca tappandogli
il naso. Quando ho sentito che non si dibatteva più l’ho disteso per terra- Il
cadavere era piegato come un feto in una posizione che lo zio definì di stupore
mortuario. Il suo viso era tutto viola per il gas e sembrava stranamente
imbronciato.”
[1] Ermanno
Cavazzoni, Scrivere in segreto, in La
Repubblica, 22 Febbraio 2003
[2] Maurizio Salabelle, Un assistente inaffidabile, Bollati Boringhieri Editore, Torino
1992
LA STRANA FAMIGLIA DI GIORGIO GABER
Vi presento la mia famiglia non si trucca, non si imbroglia è la più disgraziata d'Italia, anche se soffriamo molto noi facciamo un buon ascolto siamo quelli con l'audience più alto.
I miei genitori due vecchi intronati per mezz'ora si sono insultati a "C'eravamo tanto amati", dalla vergogna lo zio Evaristo si era nascosto, povero Cristo, lo han già segnalato a "Chi l'ha visto?".
Il Ginetto dell'Idroscalo quando la moglie lo manda a "fanculo" piange in diretta con Sandra Milo, per non parlare di mio fratello che gli han rotto l'osso del collo ora fa il morto a "Telefono giallo".
Come ti chiami, da dove chiami, ci son per tutti tanti premi, pronto, pronto, pronto tanti gettoni, tanti milioni, pronto, pronto, pronto con Berlusconi o con la RAI.
E giù in Aspromonte c'ho dei parenti, li ho rivisti belli contenti nello "Speciale rapimenti",
mentre a Roma c'è lo zio Renzo che è analfabeta ma ha scritto un romanzo è sempre lì da Maurizio Costanzo.
E la fortuna di nonna Piera che ha ucciso l'amante con la lupara ha preso vent'anni in "Un giorno in pretura"; mio zio che ha perso la capra in montagna che era da anni la sua compagna ha fatto piangere anche Castagna.
Come ti chiami, da dove chiami, ci son per tutti tanti premi, pronto, pronto, pronto tanti gettoni, tanti milioni, pronto, pronto, pronto con Berlusconi o con la RAI.
E poi chi c'è? Ah già, la Tamara un mignottone di Viale Zara che ha dato lezioni a Giuliano Ferrara, e alla fine c'è nonno Renato che c'ha l'AIDS da quando è nato ha avuto un trionfo da Mino D'Amato.
Vi ho presentato la mia famiglia non si trucca non si imbroglia è la più disgraziata d'Italia. Il bel paese sorridente dove si specula allegramente sulle disgrazie della gente.
Come ti chiami, da dove chiami, stiam diventando tutti scemi, pronto, pronto, pronto stiam diventando tutti coglioni, pronto, pronto, pronto con Berlusconi o con la RAI.
Giorgio
Manganelli, nato a Milano nel 1922 e morto a Roma nel 1990, oltre a essere considerato uno dei migliori
scrittori italiani del Novecento,
durante la sua esistenza ha svolto varie attività culturali. E' stato insegnante
di letteratura inglese nelle scuole superiori e all’Università, e ha tradotto diversi testi letterari inglesi e
americani. E' stato molto impegnato nel campo dell’editoria fondando una
rivista, Grammatica,dirigendo per
Einaudi la collana La ricerca letteraria,
insieme a Guido Davico Bonino e Edoardo Sanguineti,e collaborando con diverse
case editrici.
Manganelli
concepisce la letteratura come assoluta
finzione e menzogna integrale fine a se stessa, attività immorale e priva di
sincerità, cinica e profondamente asociale, anarchica e felicemente deforme.
Essa è in primo luogo un’attività ludica: è gioco, ciarla, ciancia, bubbola, fagiolata, cantafavola.
In tale ottica lo scrittore viene a configurarsi come un personaggio
irresponsabile che non ha messaggi da affidare all’umanità, e che manifesta
tutte le caratteristiche del buffone e del fool,
non avendo alcuno scopo particolare se non quello di assemblare
gioiosamente le parole sulla carta.
Lo
stesso Manganelli aspira a essere uno scrittore buffone e “pazzo”. Egli,
attraverso una scrittura vertiginosa e estasiante, produce così una letteratura
nullificante e insana, vezzosamente oscena e giocosa. E l’idea che si possa
raccontare e divagare senza meta e senza avere niente da dire, imitando il
discorso dei dementi, arriva come una rivoluzione nel mondo letterario
italiano. In tal modo Manganelli compie una vera e propria azione di sabotaggio
nei confronti delle categorie essenziali della pratica letteraria
tradizionalmente intesa, contribuendo a ridicolarizzarla attraverso un’operazione di svuotamento e
rovesciamento parodico. L’arma con cui
egli dissacra la letteratura tradizionale è il riso. Quella di Manganelli è,
infatti, una scrittura suprema e perfetta, pervasa contemporaneamente da
un’angoscia nervosa e da un’ilarità grottesca, che libera un riso giullaresco e pazzoide.
Tra le sue numerose opere, spiccano: Hilarotragoedia
(1964), Sconclusione (1976), Pinocchio:un libro parallelo (1977), Centuria. Cento piccoli romanzi fiume (1979). Recentemente è stato pubblicato dalla casa editrice Adelphi Ti ucciderò mia capitale (2011), una
raccolta di scritti e racconti, inediti o usciti precedentemente solamente su
giornali e riviste, curata da Salvatore Nigro.
IMPROVVISI
PER MACCHINA DA SCRIVERE
Il bellissimo titolo
del libro, pubblicato nel 1989, sembra voler riprodurre il ticchettio della
macchina da scrivere di Manganelli nel momento in cui componeva questi
bellissimi e improvvisi pezzi. Il libro raccoglie i funambolici corsivi,
apparsi su vari giornali, di Giorgio Manganelli. Egli, infatti, nel corso della
sua esistenza, ha lavorato per numerose testate, e con i suoi fulminanti pezzi è stato un mirabile esempio di scrittura giornalistica di elevato
livello letterario. I suoi corsivi sono stati scritti tra il 1973 e il 1988 per vari quotidiani, settimanali e riviste
come La Stampa, Il Corriere della Sera, Il
Mondo, Epoca , L’Espresso,L’Europeo e Il Messaggero.
Manganelli considera il corsivo come un genere letterario umorale, litigioso e
polemico di cinquanta righe circa in cui, con tonalità ironiche e sarcastiche,
prendendo spunto da minimi fatti di cronaca, trasmette al lettore i suoi
sentimenti e le sue impressioni che, di volta in volta, in base all’argomento
trattato, sono di protesta, disagio, stupore o divertimento. Nei suoi pezzi tratta le più svariate tematiche: arte, politica, manifestazioni culturali e
pseudo-culturali, cinema, ristoranti, concorsi, pubblicità, scritte sui muri,
animali di ogni tipo e comici episodi
tratti dalla quotidianità come il bizzarro desiderio in punto di morte di una
ricca signora di essere seppellita a bordo della sua Ferrari con il sedile
comodamente inclinato. Egli destina le sue divertenti polemiche, raggiungendo
altissime punte di sarcasmo, soprattutto contro la scuola considerata come un
sistema di vessazione che consiste, fin dall’adolescenza, nel prendere una
creatura con gli occhi candidi e pieni di curiosità nei confronti del mondo in
cui vive e frapporre tra quegli occhi una barriera di libri inutili che
trattano di discipline del tutto estranee alla sua realtà. E contro la
televisione, il cui miserabile scopo è, secondo Manganelli, tenere lo sciocco
spettatore al guinzaglio per ore e ore, nel tentativo di farlo ridere o
piangere nello stesso istante in cui altri milioni di teledipendenti ridono o
piangono. I corsivi di Manganelli,
prendendo a prestito la felicissima intuizione di Pietro Citati, sono “lacrime
di gioia e furori di ilarità che, attraverso una giocosa e mirabolante prosa,
“distruggono le istituzioni, i costumi, le abitudini e la noia dell’esistenza
quotidiana”.
UN
INCHIOSTRO GHIGNANTE E MEFISTOFELICO PER FINISSIMI PALATI
“Ricordo
molto bene la mia insegnante di matematica che aveva nei miei confronti una
lieve,educata repulsione che, nell’insieme, mi sento di condividere. Costei
aveva un modo pacato e sommesso di dirmi, senza guardarmi direttamente, - Non
hai capito niente,vero?- Era vero, non capivo niente.”
“Fino
all’adolescenza noi tutti siamo entusiasti seguaci delle malattie. I bambini e
i giovinetti sono specialisti in grandi ed eroiche febbri, in incubi
squassanti,terzane,coliche, quartane, appendiciti, mal d’orecchie,di piedi, di
mani, di dita, di falangi, di unghie, di lunule. Il giovane apprendista uomo
studia se stesso con sondaggi di malattia,scandagli di febbri ed eritemi.”
“Lo
Stato è matto; lo Stato è potente; lo Stato ha le paturnie, ha idee insondabili,
umori fantastici, svagatezze, colpi di sole, euforie, depressioni, crisi
omicide, sospette generosità;oggi è loquace, domani taciturno e tetro, un
giorno vuol buttarsi dalla finestra, un altro giocherella con il rasoio e
guarda la gola dei sudditi.”
“Ho
l’impressione che la televisione sia una persona che,argutamente travestita da
macchina con pulsanti, da ordigno con valvole ed antenne, tenti di entrare in
casa mia. Di questa persona diffido: la sospetto garrula, emotivamente
instabile, moralmente dubbia, non immune da una punta di
isterismo,alternativamente lacrimosa e ridanciana; soprattutto l’apparecchio
televisivo mi pare vittima di un complesso, che definirei coazione a sedurre.
Ed essere incluso in una fascinazione nazionale è deprimente.”
“Il
Festival di Sanremo. Che si fabbrichi, si rappezzi un’ideologia collettiva dell’amorosità,
capace di generare un linguaggio, con la sua grammatica, le sue rime, gli
accenti; che questo linguaggio produca una musichetta doverosamente poverina,
fatta di sette note, come quei romanzi che vantano poche centinaia di parole;
tutto ciò mi pare irritante.”
“Ammetto
una certa ammirazione per i gatti; isterici,psicotici,solipsisti,sopracciò e
fatti-in-là,sbruffoni,taciturni e ringhiosi,non si lasciano assimilare.
Intellettualmente maliziosi, sedentari come un filologo, capaci di fare nulla
per una vita intera, ironici e distratti. Animale diffidente e crudele, il
gatto insegue volatili e topi e zanzare. Ama i davanzali e ignora le vertigini.
I cani li odiano e li temono.”
“Sebbene
uomini ingegnosi e audaci l’abbiano tentato, specie scrittori, come il mite
cronista di Alice, è proibito, da vivi, entrare nello specchio;esso se ne sta
immobile e infecondo, come uno specchio d’acqua immota chiusa nella vera di un
pozzo; indifferente, non trattiene le immagini; ma solo ne cancella la voce, ne
ignora l’odore; lo specchio è il luogo del freddo, della solitudine, è la
nostra fotografia pronta per il nostro documento di fantasma. Lo presenteremo all’ingresso
del pozzo taciturno.”
“Quando
penso alle ore trascorse a studiare chimica e fisica, che mi erano del tutto
estranee, non mi interessavano e non mi interessano nulla, so di aver subito un
irreparabile torto. Prendere una mente avida, sveglia o quasi, che sa quel che
ama e quel che disama, e costringerla a fare tutto, Virgilio e tetraedri,
monade e oligoscisti, non vuol dire che una cosa: dimezzare il suo vero e
necessario apprendimento, sprecare del tempo, tempo che la vita non restituirà
più. No, oggi non si va a scuola. Ci si alza tardi, si ciabatta per casa, si
cerca di medicare il rancore per gli acidi che hanno corroso una lontana
adolescenza.”
“Quando
ci sono le elezioni politiche penso al candidato di voti uno e al candidato di
voti zero. Chi sono? Perché si candidano? Quale torbida, rissosa eccitazione li
ha indotti a precipitarsi nell’arena politica, in una trama di autodistruzione?Il
candidato di voti uno ha una qualche selvaggia e forse pericolosa fiducia in se
stesso, dispone di un carisma che ha questa particolare qualità: che agisce
solo su di lui. Egli è sedotto, persuaso da se stesso. Crede a se stesso.
Quando sarà nella cabina elettorale con fermezza sceglierà se stesso, un lieve
sorriso sardonico sulle labbra sottili. Ma prendiamo il candidato di voti zero,
che non vota neppure per se stesso. Non posso nascondere l’affetto, la tenerezza,
la complicità innocente che mi lega a costui. Si è candidato per cortesia, per
ingenuità, per distrazione, perché non ha saputo dir di no, forse per un
effimero moto di entusiasmo per se stesso. Nel segreto della cabina elettorale
sa già che nessuno al mondo, neppure per dileggio, voterà il suo nome. In un
momento d’orgoglio, egli non vota se stesso. Ed ora esce dalla cabina e
consegna la scheda con elegante amarezza, con coraggio,lui, il candidato di
preferenze zero.”
“I
cani sono animali misteriosi. Deploro la tendenza dei cani a trattare l’uomo
come un essere superiore. Ho visto cani che guardavano con riverenza anche me.
Esagerati. I cani hanno qualcosa dei falliti. Mi fanno pensare a quegli
straordinari buffoni che fanno scene da sbellicarsi e non ridono mai. I cani
sono seri, un po’ malinconici e hanno l’arte di provocare i sensi di colpa.”
“Da
anni io bevo qualunque acqua minerale, eccetto una. Avete capito? Da anni una
certa acqua minerale ha invaso radio, televisione, fuoriprogramma
cinematografico, giornali, settimanali, riviste di filologia classica, ha
occupato muri, palizzate, case in costruzione, ha corrotto ristoranti,alberghi,
case di cura, cimiteri, e tutto questo all’unico scopo di essere bevuta da me.
E io non la bevo.”
Ermanno Cavazzoni, nato a Reggio Emilia nel 1947, è
uno scrittore originale, eclettico e
sorprendente. Egli è convinto che,
quando si scrive, bisogna produrre delle cose un po’ sgangherate che creino
stupore nel lettore. La sua è una letteratura fondata sul gusto del farneticare
delle parole e su di una comicità che suscita meraviglia. A definire nel
migliore dei modi lo stile cavazzoniano ci ha pensato il critico letterario
Epifanio Ajello, il quale afferma che la sua scrittura è come un suono che si unisce al disegnare; ma
un disegnare che sbava via dai contorni delle cose, tipico dei bambini con gli
album da colorare. E si rimane stupiti dal guazzabuglio di colori fuori dalle
linee imposte delle cose o dei personaggi nei fogli del libro. E tutto sembra
più bello, mostrando come sia possibile fare dell’altro fuori dalle regole. Tra
le opere di Cavazzoni, oltre a Il poema
dei lunatici (1987), che è considerato unanimemente il suo capolavoro, si
ricordano: Le tentazioni di Girolamo
(1991), romanzo ambientato inuna
bizzarra biblioteca notturna frequentata da strampalati lettori insonni;Vite brevi di idioti (1994),una raccolta di biografie di matti
paesani; il romanzo comico-onirico Cirenaica
(1999); Gli scrittori inutili (2002),
surreale e canzonatoria antologia comica di ritratti di scrittori ridicoli,
equiparati a dei matti nevrotici;Storia
naturale dei giganti(2007), una buffa enciclopedia sui giganti; e il
favoloso bestiario comico Guida agli
animali fantastici (2011).
IL POEMA DEI LUNATICI
Protagonista
e voce narrante del romanzo è Savini, un personaggio stralunato e matto. Egli è
un ricercatore di messaggi segreti, lasciati all’interno di bottiglie dentro ai
pozzi, e di popolazioni invisibili e inesistenti. Porta avanti questa sua
bizzarra missione attraversando una pianura padana incantata e surreale, e
facendo strani e comici incontri con altri personaggi. In seguito a
conversazioni con gente stramba come
lui, Savini raccoglie nuove informazioni, ma la sua strana missione, man mano
che il viaggio prosegue verso luoghi sconosciuti e inesplorati, invece di farsi
chiara e lucida, diventa sempre più confusa e intricata. Ad aumentare la
confusione, a un certo punto dell’avventura, un altro personaggio altrettanto
matto e nevrotico, il fantomatico e paranoico prefetto Gonella, si associa alla
missione segreta del protagonista, facendogli credere di essere il suo capo e
superiore, e dando a Savini l’incarico di intendente della sua immaginifica
prefettura. Savini e Gonnella si integrano perfettamente con la loro
stramberia, e assomigliano a una coppia di esploratori clown e
donchisciotteschi: il primo girovaga per svolgere le sue strampalate ricerche,
mentre il secondo esamina e interpreta le ricerche fatte. E i risultati delle
scoperte fatti dai due non possono che essere comici e provocare il riso,
perché appartengono al mondo di una matta immaginazione, e perché lo sguardo
sghembo della strana coppia distorce il mondo in una continua e ilare
allucinazione. Alla fine della vicenda questa continua confusione mentale porta
alla perdita quasi completa dell’identità di Savini che non sa più chi è, e
l’unica cosa che gli resta da fare è quella di ritornare dal manicomio dal
quale era scappato, non si sa se realmente o solo in sogno, e mettersi a
scrivere le avventure che gli sono successe.
UN ECCELLENTE INCHIOSTRO REGGIANO CON
STRAORDINARI EFFETTI ALLUCINOGENI
"Quel giorno avevo il
cervello distratto, e mi venivano dal sonno delle immaginazioni che mi facevan
stupire”
“Mi
ricordo che da bambino stavo più che potevo sui tetti e vedevo il giorno
che passava e la sera. Giravo sui tetti ed ero padrone di me,padrone di non
essere nulla, in un livello che era intermedio col cielo e che non veniva
considerato da nessuno . Era un posto che avevo scoperto da solo e
ci andavo a girare perché ero insieme a terra e per aria e guardavo giù e
su e vedevo le cose bellissime perché erano un po’ tutte distanti e
inspiegabili: giù vedevo la gente e le macchine , su vedevo tutti gli uccelli
per aria e ero contento che andassero ognuno dove voleva. Poi mi piaceva vedere
le nuvole al vento, che durano poco, e la luna, e le stelle, e le stelle
cadenti. Pensavo che uno si può sedere sul tetto beato di non essere niente ma
di essere contento cercando di stare sempre più in alto e di scomparire.
Io pensavo che i tetti avessero questo vantaggio e ci passavo molto tempo. La
mia educazione l’ho avuta dai tetti, mio padre era l’aria del cielo e mia madre
l’odore che viene su dalla terra. E io stavo tra mio padre e mia madre sui
tetti e mi sono educato così."
“Io
voglio bene al mio ferro da stiro che è un piccolo ferro tutto contento di
andare a stirare. E’ un piccolo ferro che ha la sua spina, e ci stimiamo
reciprocamente. Io lo prendo quando devo stirare, e lui mi sembra sempre molto
contento, contento di me; e si dà da fare su tutta la biancheria, sulle
camicie; e delle volte gli piace scherzare sui centrini o sulle tovaglie, e fa
come se dovesse bruciarli,per farmi avere paura. Ma è uno scherzo tra noi,
così, per ridere un po’”
“Nel
complesso era una persona che non gli piaceva parlare, e preferiva parlare con
gli occhi.”
“Si
doveva essere perso in un dormiveglia sereno e improvviso, un dormiveglia da
pomeriggio.”
“Intanto
guardavo il barista che aveva una giacchetta bordò e sporgeva solo con quella
da dietro il bancone;sembrava un direttore d’orchestra, anche se faceva la
parte del perfetto barista. Era pettinato con una riga drittissima e prendeva
un liquore secondo l’ordinazione, e lo serviva, abilissimo, nel bicchierino sul
banco, e poi ghiaccio se ci voleva, o limone, e via dicendo, con i movimenti da
vero maestro, e rispondeva: sì, no, o sissignore, e altre parole che
significano che tutto va a meraviglia.”
“I sogni
sono scherzi che fan le budella agli occhi e al cervello. Sono girandole fatte
per ridere.”
“Secondo
me le donne hanno un influsso che gira per aria, e se tu lo respiri e ti va
dentro al sistema nervoso, allora sei fritto!”
"Io
pensavo che le donne fossero una fantasia che ti viene a trovare, e non si sa
quale ti capita. E che quindi fossero anche, come possibilità, galline, o
che fossero ad esempio un vapore che ti fa soffrire, o un male di petto, o una
febbre mentale, un'asma, oppure un venticello celeste, o in certi casi anche
dei granchi o degli stantuffi. Cioè non si può dire niente di fisso o di certo
sulle donne. Io quindi pensavo che le donne, nella loro sostanza, fossero tutta
una fauna indecisa, cioè come un galoppo di sirene o orche marine che passa nel
midollo spinale e dentro la fronte. E poi pensavo anche che fossero leopardi,
cammelli, cornacchie, volpi, zanzare, formiche,eccetera all'infinito. Perché chi può sapere i casi che ci son nella vita di incantamento femminile?!"
“Mah! Qui
non fanno altro tutti che dire e parlare. Alla fine poi che cos’è che c’è da dire? Che cosa? Che c’è poco da dire l’ho
capito fin da bambino, poi dopo l’ho ancora capito meglio. Io sento che c’è in
giro molto quest’abitudine di stare a parlare; come ad esempio dire che le cose
stanno in un modo o in un altro, e così via. Non so perché prima credevo che fossi
io uno che sta lì e non sa cosa dire. Ma poi invece ho visto che c’è poco da
dire davvero.”
Gianni
Celati, nato a Sondrio nel 1937, è uno dei maggiori narratori italiani viventi.
Si tratta di uno scrittore vagabondo dallo stile inconfondibile che non ha mai
smesso di scrivere e spostarsi. I suoi scritti sono caratterizzati da un’evidente
spontaneità, immediatezza e comicità. Secondo Celati narrare significa
disperdersi, far divagare la propria mente, allontanarsi dagli schematismi e
dalle convenzioni, come quando si guardano le nuvole in cielo cercando di
indovinarne la forma mutevole. In tal
modo la narrazione trasporta il lettore
in un altro mondo, sottraendolo al peso della realtà. Il neologismo da lui
coniato, “fantasticazione”, corrisponde
al termine inglese revery, con cui si
definisce l’atto del fantasticare. Questa parola rimanda all’idea di una totale
distensione e rilassamento del corpo nell’atto della scrittura, che si compie
in uno stato di dormiveglia, come se si scrivesse sotto l’impulso di alcuni
sogni. Tra le sue opere, oltre a La banda
dei sospiri (1976), si possono ricordare: Comiche (1971), Le avventure
di Guizzardi (1972), Lunario del
Paradiso (1978), Narratori delle
pianure (1985), Quattro novelle sulle
apparenze (1987), Verso la foce (1988), Avventure in Africa (1998), Cinema naturale (2001) e Fata Morgana (2005)
LA
BANDA DEI SOSPIRI
Il romanzo è la storia
di un allegro, puzzolente e tragicomico ragazzino di nome Garibaldi, e della
sua sgangherata famiglia che include: un padre sbraitone e bestemmiatore, una
madre sarta che fa compassione, un disgraziato fratello, inventore di storie
strampalate e aspirante romanziere, e vari zii, nonni e cugini, ognuno con i
suoi tic. Il piccolo Garibaldi, come ogni ragazzo della sua età, frequenta la
scuola, descritta come un luogo strambo in cui a insegnare c’è un maestro
pelato con la fissa delle poesie a memoria, e a tentare di imparare dei
bizzarri compagni, che più che pensare a studiare sono soliti masturbarsi sotto
i banchi mentre il loro insegnante svolge le sue lunghissime e noiosissime
lezioni su Leopardi. In mezzo a questo divertente e giocoso sfondo, Garibaldi,
con i suoi occhi di bambino, indaga sulle attività dei grandi come la politica,
la religione e il sesso traendone delle spassose conclusioni. La banda dei
sospiri è un libro comico perfetto che rallegra il lettore portandolo in un
mondo infantile e colorato.
UNA
BOTTIGLIA D'INCHIOSTRO RIDARELLO
“Il
mio disgraziato fratello ha sempre avuto tante pretese nella vita, e da piccolo
non mi lasciava mai in pace a volermi raccontare tutte le sue storie e sogni da
ragazzo. Io non sapevo neanche di cosa parlasse, ma per calmarlo facevo quella
funzione di ascoltare i suoi discorsi e applaudirlo, in quanto ero il fratello
minore.”
“Io
piccolino dormivo in un letto grande in mezzo a queste due sorelle, la bruna di
qua e la bionda di là. Loro mi mettevano una mano per di sotto e mi venivano
dappertutto con le dita a solleticarmi, che quindi io facevo dei salti. Perché
una sorella mi stuzzicava il manico, e l’altra mi stuzzicava il sedere, e
anch’io dunque volevo stuzzicarle loro tra le gambe per una forma di scherzo,
strappandogli magari qualche pelo per divertirci.”
“Nel
quadro c’era dipinta una donna con due grosse tette. Io prendevo una lente
d’ingrandimento e montavo sopra una sedia per guardarmela meglio. Questa donna
era sdraiata, con una mano si grattava il mento, e l’altra mano l’aveva sulla
topa, per tenerci sopra un velo. Io sulla mia sedia spiavo tra le sue dita, e
speravo molto di vedere cosa c’è sotto il velo. Ma questo neanche con la lente
d’ingrandimento si riusciva a vedere. Allora ho preso un temperino, e andavo a
scrostare dove c’è il velo, per vedere cosa c’è sotto. Ma sotto il velo c’era
la tela e non la topa. Ci sono restato un po’ male. Poi ho tappato il buco con
pane masticato.”
“Nella
mia scuola c’era uno scalone con due statue in basso di donne con l’elmo in
testa e le sottane corte. Noi passando da lì facevamo sempre il gesto di
mettere una mano sotto le sottane di quelle donne, e di godere molto con
spasimi di gioia in faccia. Poi certe volte negli intervalli scolastici, non
visti scappavamo giù per le scale e montavamo sopra le statue per di dietro
facendo le mosse dei cani in calore. Certuni hanno anche estratto il loro
manico per metterglielo nel buco sotto la sottana a una di queste statue, e
fare le mosse dei cani in calore. Però il buco essendo di pietra gli ha
graffiato tutto il manico, che dopo hanno dovuto fare gli impacchi. I compagni
hanno cominciato a dire questa storia,
che cioè quelle statue a metterglielo dentro si godeva moltissimo, ma
addentavano.”
“Come
era composta la nostra scuola? Tutti scolari maschi! Le scolare femmine erano
in un’altra scuola vicina, dove noi delle volte andavamo a fare rappresaglie
contro le bambine che vorrebbero avere da noi corteggiamenti. Alle bambine noi
gli sputavamo in testa perché non ci piacciono, siccome non hanno le tette!”
“Era
così. Io le mettevo un braccio intorno alla vita e stringevo tutto contento,
perché non l’avevo mai fatto questo, di mettere un braccio intorno a una donna.
Allora la scruto negli occhi e lei si lascia scrutare, sempre un po’ ridendo.
Allora ridevo anch’io dalla soddisfazione, e adesso siamo molto abbracciati. E
qui stavo a guardarle da vicino quel rossetto luccicante che porta sulle
labbra, e mi chiedevo: sporcherà questo rossetto? Lei ha voluto darmi la prova
che non sporca mollandomi un bacio. Un bacio a me sulla bocca, che mi ha dato
all’improvviso. Ohè mi ha fatto girare la testa. Tant’è che dopo le mangiavo
anche un po’ di capelli masticandoli molto entusiasta. Perché era proprio una
roba da sogno questo bacio che non si dimentica, con noi due così stretti abbracciati
per la strada quella sera.”
“Si
pensava a quei tempi che se uno andava da una ragazza e la baciava, tutto era
fatto e lei doveva essere sua fidanzata per sempre. Noi però non eravamo mai
riusciti a dare a nessuna un bacio così, prima di tutto perché le bambine della
nostra età non ci piacevano, e le mandavamo via con parole e sputi se venivano
a fare le smorfiose. Secondo perché alle ragazze alte e signorine non ci
arrivavamo ancora come altezza a baciarle sulla bocca, e dunque come fare?”
“Con
tutti i guai della vita ci manca anche questa invenzione degli innamoramenti
d’amore per far perdere tempo alla gente.”
“Si
credeva a quei tempi che dovesse abbastanza in fretta scoppiare una
rivoluzione, con ammazzamento di tutti i maiali superiori e trionfo del popolo
e della libertà. Invece poi a quanto pare la rivoluzione non scoppia mai, e i
maiali superiori ricchi e furbi sempre continuano a vivere alle spalle dei
poveri miserabili che tirano la carretta.”
“Essendo
un vagabondo che va libero per le strade senza pensieri in testa e con la bocca
chiusa, non sapevo dove andare e andavo per divertimento al cimitero a leggere
tutti i nomi sulle tombe e a guardare i ritratti dei defunti.”
“Con
mio fratello delle volte alla sera progettavamo fughe per girare il mondo con
un sacchetto in spalla. Si doveva prendere il treno, poi a piedi attraversare
certe foreste che mio fratello conosceva benissimo perché se le era sognate di
notte. Poi ci imbarcavamo su una nave diretta chissà dove. Però le fughe a
chiacchiere sono una cosa e quelle vere un’altra. A dir la verità il mio
disgraziato fratello preferiva stare a casa a leggere tanti libri e menarselo.
E il massimo che abbiamo fatto come fuga è stato di andare alla stazione, dove
lui si è letto tutti gli orari dei treni e poi siamo tornati a casa in
silenzio.”
Colapesce- Bogotà
Le storie di questa casa vuota
Bastano a riempire una reggia
Quando eravamo dei nani impazziti Ricordi?
Poi arrivò quel cane nero
Non si dormiva la notte
Cicale e formiche facevano festa nel cortile
L’odore di pianta annaffiata
Di cuoio e di carne montana
La mia bicicletta
I tuoi soldatini immersi nel fango
Ed una mosca che pareva sempre la stessa
Ogni anno era li insieme a quel geco
La cena e un pigiama
E la sera finiva un po’ prima
Io la notte ancora sto sveglio
A pensare al tempo che ho perso
…E ne accumulo altro…
Le sfide raccolte a vent’anni
Nel sonno la scelta è nel buio
La tecnologia ammortizza
Il rimpianto e l’attesa
Partisti tamburo ed ombrello
Per anni sulla tuscolana
Adesso dispersi cerchiamo la pace
Nelle ombre degli altri
Fratello nuotiamo d’inverno
Il freddo rafforza le ossa
I tuoi soldatini nel fango
Sorvegliano ancora il quartiere
Io la notte ancora sto sveglio
A pensare al tempo che ho perso
…E ne accumulo altro…