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giovedì 18 settembre 2014

Papere



Nella nostra città, già è buon tempo passato, fu un cittadino il quale fu nominato Filippo Balducci, uomo di condizioni assai leggiere, ma ricco e bene inviato e esperto nelle cose quanto lo stato suo richiedea; e aveva una donna moglie, la quale egli sommamente amava, e ella lui, e insieme in riposata vita si stavano, a niuna altra cosa tanto studio ponendo quanto in piacere interamente l’uno all’altro. 
Ora avvenne, sì come di tutti avviene, che la buona donna passò di questa vita, né altro di sé a Filippo lasciò che un solo figliuolo di lui conceputo, il quale forse d’età di due anni era. Costui per la morte della sua donna tanto sconsolato rimase, quanto mai alcuno altro amata cosa perdendo rimanesse; e veggendosi di quella compagnia, la quale egli più amava, rimaso solo, del tutto si dispose di non volere più essere al mondo ma di darsi, al servigio di Dio e il simigliante fare del suo piccol figliuolo. Per che, data ogni cosa per Dio, senza indugio se ne andò sopra Monte Asinaio, e quivi in una piccola celletta se mise col suo figliuolo, col quale di limosine in digiuni e in orazioni vivendo, sommamente si guardava di non ragionare, là dove egli fosse, d’alcuna temporal cosa né di lasciarnegli alcuna vedere, acciò che esse da co­sì fatto servigio non traessero, ma sempre della gloria di vita eterna e di Dio e de' santi gli ragionava, nulla altro che sante orazioni insegnandogli. E in questa vita molti anni il tenne, mai della cella non lasciandolo uscire né alcuna altra cosa di sé dimostrandogli.
Era usato il valente uomo di venire alcuna volta a Firenze: e quivi secondo le sue oportunità dagli amici di Dio sovenuto, alla sua cella tornava.
Ora avvenne che, essendo già il garzone d’età di diciotto anni e Filippo vecchio, un dì il domandò ov’egli andava. Filippo gliele disse; al quale il garzon disse: “Padre mio, voi siete oggimai vecchio e potete male durar fatica; perché non mi menate voi una volta a Firenze, acciò chè, faccendomi cognoscere gli amici e divoti di Dio e vostri, io, che son giovine e posso meglio faticar di voi, possa poscia pe' nostri bisogni a Firenze andare quando vi piacerà, e voi rimanervi qui?”
Il   valente uomo, pensando che già questo suo figliolo era grande e era si abituato al servigio di Dio, che malagevolmente le cose del mondo a sé il dovrebbono omai poter trarre, seco stesso disse: “Costui dice bene”; per che, avendovi ad andare, seco il menò.
Quivi il giovane veggendo i palagi, le case, le chiese e tutte l’altre cose delle quali, tutta la città piena si vede, sì come colui che mai più per ricordanza vedute no’ n’ avea, si cominciò forte a maravigliare e di molte domandava il padre che fossero e come si chiamassero. Il padre gliele diceva; e egli, avendola udito, rimaneva contento e domandava d’un’altra. E così domandando il figliuolo e il padre rispondendo, per avventura si scontrarono in una brigata di belle giovani donne e ornate, che da un paio di nozze venieno: le quali come il giovane vide, così domandò il padre che cosa quelle fossero.
A cui il padre disse: “Figliuol mio, bassa gli occhi in terra, non le guatare, ch’elle san màla cosa”.
Disse allora il figliuolo: “O come si chiamano?”
Il   padre, per non destare nel concupiscibile appetito del giovane alcuno inchinevole desiderio men che utile, non le volle nominare per lo proprio nome, cioè femine, ma disse: “Elle si chiamano papere”.
Maravigliosa cosa a udire! Colui che mai più alcuna veduta non avea, non curatosi de' palagi, non del bue, non del cavallo, non dell’asino, non de' denari né d’altra cosa che veduta avesse, subitamente disse: «Padre mio, io vi priego che voi facciate che io abbia una di quelle papere”.
“Oimè, figliuol mio,” disse il padre «taci: elle son mala cosa”.
A cui il giovane domandando disse: «O son così fatte le male cose?” “Sì” disse il padre.
E egli allora disse: “Io non so che voi vi dite, né perché queste sieno mala cosa: quanto è, a me non è ancora paruta vedere alcuna cosa bella né così piacevole come queste sono. Elle son più belle che gli agnoli dipinti che voi m’avete più volte mostrati. Deh! se vi cal di me, fate che noi ce ne meniamo una colà sù di queste papere, e io le darò beccare”.
Disse il padre: “Io non voglia; tu non sai donde elle s’imbeccano!” e sentì incontamente più aver di forza la natura che il suo ingegno; e pentessi d’averlo menato a Firenze.

Giovanni Boccaccio, Il Decameron


Dario Fo, L'apologo delle papere 

domenica 31 agosto 2014

Formiche




Mio padre si accorgeva sempre in ritardo delle cose, e per questo particolare io l’ho sempre ammirato. Una volta eravamo a casa, lui e io da soli, mia madre era andata un paio di giorni dai nonni che abitavano lontano e stavano sempre male anche quando stavano bene e non avevano niente, e all’improvviso sono arrivate le formiche ( a casa abbiamo sempre dovuto combattere contro le formiche, ancora oggi non riesco a capire da dove arrivassero, visto che abitavamo al quarto piano). Prima ne era comparso un gruppetto, forse dieci o venti, non si riesce mai a contarle, le formiche. Dopo cinque minuti ne era arrivata un’intera truppa che si muoveva in modo sparpagliato, senza direzione, sopra il lavandino, sopra i fornelli; alcune avevano raggiunto il frigo e formavano arabeschi sullo sportello, senza meta; erano una miriade di formiche smarrite nel deserto, che andavano a zonzo come impazzite o drogate. Io le osservavo incuriosito, un po’ incantato, come quando si guardano le onde del mare e non ci si stanca mai. Chissà con che speranza erano arrivate fin lassù, al quarto piano. Anche se avevo poco spirito scientifico, mi piaceva immaginare come poteva essere fatta una società di formiche. Avevano di sicuro delle caste ben definite all’interno del formicaio e a una appartenevano le esploratrici. Ma quelle nella nostra cucina non sembravano capeggiate da nessuna in particolare, né che obbedissero a un comando. Addirittura sbattevano una contro l’altra, come se avessero perso la loro guida. Quando ho pensato che era arrivato il momento di intervenire, ho chiamato mio padre e gli ho detto: “Guarda, babbo, ci sono le formiche in cucina”. Lui mi ha raggiunto, non subito, le ha guardate per un po’, poi mi ha accarezzato la testa e se ne è andato sorridendo. Cosa avesse da sorridere è rimasto un mistero; forse non aveva capito, oppure gli sembrava naturale che ci fossero le formiche in casa. Io ho continuato a guardarle, se andava bene a lui andava bene anche a me (le formiche non mi davano nessun fastidio, peggio sarebbero stati gli scarafaggi, o i topi). Poi però è tornata mia madre, l’ho salutata e sono andato in camera mia, sapevo che a lei non piacevano le formiche e che non accettava nemmeno che io stessi lì a guardarle senza far niente. Infatti, quando è entrata in cucina e ha visto tutto quel brulichio, ha iniziato a urlare in un modo così isterico che sembrava che la stessero strozzando. Allora mio padre l’ha raggiunta in cucina, col suo passo morbido, e le ha chiesto: “Che cosa sta succedendo Enrichetta?”. Non so se è stato l’uso del gerundio o il fatto che mio padre non fosse arrivato di corsa al primo strillo. Ma mia madre, invece di prendersela con le formiche, ha cominciato a dire che non aveva mai conosciuto, e che di sicuro non poteva esistere sulla faccia della terra, un uomo più imbecille di lui; che non riusciva a spiegarsi come avesse potuto sposare un imbecille del genere ( ci teneva a sottolineare il rimbecillimento di mio padre e cercava, anche con dei giri di frasi assai strani, di declinare questa parola in modi diversi). Mio padre non diceva niente, incassava gli insulti e basta. Poi si è avvicinato al lavello e, senza curarsi degli insulti che continuava a rivolgergli mia madre ha detto: “Oh, quante formiche”.


Adrian Bravi, "L'albero e la vacca", Feltrinelli (Nottetempo)





Brasile 1950 – Brasile 2014: La maledizione del Mondiale in casa

Il Brasile dei Mondiali del 1950 era una nazione umile in cui il calcio, impastato di umanità, si praticava con poche risorse economiche. C’erano i palloni di cuoio con le cuciture e le maglie delle squadre senza scritte. C’era il calcio bailado, fatto con stracci e fantasia. Il Brasile era un paese povero ma anche felice, in cui da mattina a sera per le strade si vedevano frotte di bambini giocare allegri e accontentarsi del poco che avevano. C’è un brano di un bellissimo romanzo di Fabio Stassi, È finito il nostro carnevale (Minimum fax, 2007), che descrive perfettamente l’atmosfera magica che si respirava in quel Brasile del 1950:


I bambini giocavano a pallone contro i muri delle case, per strada, sulle scalinate. Lì quasi nessuno aveva le scarpe. Il calcio era come l’amore, non costava nulla. Un pomeriggio mentre guardavo palleggiare dei ragazzini pieni d’estro su un campo di terriccio, venne giù il temporale più violento che mi avesse mai bagnato. Trovai riparo sotto la tettoia di un capannone. La pioggia si era fatta tempesta, e la tempesta diluvio. Un fiume di fango scorreva davanti ai miei piedi e vedevo baracche di lamiera verniciata scivolare giù dalle colline come biglie di vetro. Eppure, in tutto quel cataclisma, i ragazzini non avevano smesso di giocare. Sfidavano i fulmini con irriverenza. Gareggiavano a chi riuscisse a mantenere la palla più a lungo per aria. Si esibivano in controlli acrobatici, dribblando il vento e l’acqua. Se la loro passione era più forte di tutte le piogge della terra, i brasiliani quell'anno avrebbero di sicuro conquistato la Coppa del Mondo”.

Il Brasile è uno di quei posti in cui il calcio è ragione di vita, in cui un trionfo in Coppa del Mondo basta per far dimenticare povertà e disgrazie. Per il popolo brasiliano quel Mondiale giocato in casa era una questione di vita o di morte. La partita decisiva si giocò il 16 luglio 1950 al Maracanã di fronte a 199.854 spettatori, record di ogni tempo. Il Brasile, per vincere la Coppa, poteva anche pareggiare (allora le regole erano diverse). Fin lì aveva dominato tutte le partite e tutti i tifosi brasiliani erano sicuri che il Brasile avrebbe stravinto anche l’ultima gara. Fu Friaca a portare in vantaggio i brasiliani al 47’. Ma Il grande Juan Alberto Pepe Schiaffino, detto il Dio del pallone, pareggiò i conti per l'Uruguay al 66’. A quel punto il Brasile con il pareggio sarebbe stato ugualmente Campione del Mondo. Ma non si accontentò e si spinse in avanti, esponendosi al contropiede dell’Uruguay. Il minuto della partita che paralizzò tutti i tifosi brasiliani fu il 79’: la grande ala uruguagia Alcides Edgardo Ghiggia si involò sulla destra saltando il suo diretto avversario. Il forte portiere brasiliano Moacir Barbosa Nascimento si aspettava il cross e decise di fare un piccolo passo in avanti. Ma Ghiggia, vedendo il portiere fuori posizione, invece di crossare, tirò rasoterra verso il palo lasciato scoperto. Non ci fu niente da fare, l’Uruguay si portò in vantaggio e mantenne il risultato fino alla fine, vincendo a sorpresa e contro i favori del pronostico il titolo mondiale. 
Ecco come viene descritto questo indimenticabile momento in  È finito il nostro carnevale di Stassi:

A undici minuti dalla fine, Schiaffino finta elegantemente sulla tre quarti e passa la palla a Ghiggia. Ghiggia riceve. Tiro. Goal. Uruguay due. Brasile uno. Moacir Barbosa, il primo portiere nero del Brasile, divenne bianco per il pallore. Nessuno gli avrebbe più perdonato di averla soltanto sfiorato, quella palla. Al fischio finale dell’arbitro, il Maracanã si accasciò come un pappagallino colpito a morte a cui avevano strappato le ali, piuma per piuma, e tagliato la lingua. Come se fosse precipitato da un’altezza vertiginosa sino al centro della terra. Per paradosso, la squadra che lo aveva impallinato si faceva chiamare Celeste. Lo definirono il silenzio più irripetibile della storia del calcio. Chi lo ha ascoltato può confermarlo. Un silenzio di duecentomila persone spacca i timpani e chiude la gola. Molti persero la voce per sempre. Il cronista che commentava la partita per radio abbandonò il suo mestiere. In tutta la nazione, i poveri e gli idealisti presero a suicidarsi”





Il portiere Barbosa, prima di morire a settantanove anni, dopo aver trascorso il resto della sua esistenza nell'indifferenza generale, dirà: “C’è chi dopo trent'anni sconta una condanna per omicidio, la mia invece non è finita neanche dopo cinquanta
In Brasile quel giorno piansero tutti. Fu più di una partita di calcio, fu una tragedia che uccise diverse persone. Alcune morirono di crepacuore, altre si suicidarono.
Il capitano dell’Uruguay Obdulio Varela, detto El Negro Jefe, rimuginò a lungo sul fardello morale della vittoria. Queste sono le parole che il grande scrittore Osvaldo Soriano gli attribuisce in uno splendido racconto-intervista pubblicato il 16 luglio del 1972 nel supplemento culturale del giornale La Opinión: “Loro per quella sera avevano preparato il carnevale più grosso del mondo e se l’erano rovinato. Gliel’avevamo rovinato noi. Mi sentivo male per questo. Sarebbe stato bello vedere quel carnevale, vedere come la gente se la spassava con una cosa così semplice. Noi avevamo rovinato tutto per un titolo, ma cosa importava in confronto a tutta quella tristezza?”

lunedì 7 aprile 2014

Il bimbo del gelato



Questo personaggio, apparentemente innocuo, è uno dei più temuti dai baristi. Alto un metro e venti, con gli occhiali e la faccia da scimpanzé, è tuttavia dotato di un'eccezionale vitalità. Appare nel bar con lo sguardo perso: si avvicina al bancone con cento lire in mano e si aggrappa disperatamente al bordo. Il barista non lo vede quasi mai e continua a servire altri clienti. Se il bambino è molto timido, aspetta fino all'ora di chiusura, e talvolta il barista lo trova, addormentato, con le cento lire in mano, solo quando va a spazzare per terra. Se è normalmente timido, comincia a battere le cento lire sul banco con ossessionante regolarità. Se il barista non lo nota ancora comincia ad emettere versi come ehu, oah, oh. Alla fine s'incazza e se ne va senza prendere il gelato, proferendo terribili minacce. Spesso scrive frasi anatomiche sul freezer. Se il bambino è un bambino furbo, va subito al freezer dei gelati, lo apre e ci entra con la testa, le spalle e metà del corpo. Se il barista non se ne accorge in tempo, il bambino per prima cosa gli mangia tutto il ghiaccio. Poi scarta tutti i gelati per trovare il suo. Allora il barista gli piomba addosso e molto stolidamente gli chiede cosa vuole. A questo punto il bambino gli chiederà un gelato con un nome assurdo, come Bananotto, Antartidino, Cremarancio, Baden- Baden, di cui il barista ignora l'esistenza. Il barista controlla tutte le scorte di gelato con la testa nel freezer, e ogni tanto emerge con gelati mostruosi pieni di bugni, strati e colori a forma di pecora e di autoambulanza. Il bambino li osserva serio uno per uno e ogni volta dice «Non è lui». Terminato l'esame, il barista ha un febbrone da cavallo perché andare su e giù per il freezer gli ha provocato una broncopolmonite fulminante. Il barista si scalpella il ghiaccio dai capelli e guarda con odio il bambino, che fa «Allora voglio un cono». Il bambino si informa sui ventisette sapori in mostra, e ne sceglie venticinque. Il barista, ormai in balìa dell'avversario, si lascia guidare docilmente e compila gelati alti dal mezzo metro in su. Quando il gelato è finito, il bambino dice «Non ci ha messo il torroncino al rhum», il barista dice «Sì», il bimbo «No», e bisogna smontare il gelato fino alle fondamenta, accorgersi che aveva ragione il bambino e rifare tutto. A questo punto il bambino esce con settemila lire di gelato mettendo nelle mani del barista cento lire collose e sudaticce, ai limiti del falso. Appena fuori dal bar, il bambino addenta il gelato, che gli cade per terra con il tonfo di un suicida dal terzo piano. Il bambino piange come un disperato. Il barista, anche lui piange. Poi gli rifà il gelato. Il bambino esce, e mangia il gelato. Oppure il bambino esce, e fa ricadere il gelato. E così via.


Stefano Benni, Bar Sport



mercoledì 4 dicembre 2013

Vagabondare tra le parole: Passeggiare e Spasseggiare



"Spasseggiare significa passeggiare con divertimento, cioè includendo nel passeggio anche lo spasso. Una passeggiata solitaria in un bosco difficilmente potrà essere una spasseggiata. La spasseggiata comprende lo scherzo e lo scherno, lo sgambetto e la rincorsa, il vetro rotto e il pesce d’aprile, l’anacoluto e la rima baciata, il crudo e il cotto, la scopata e l’inculata, la pizza e il gelato da passeggio che in questo caso diventa il gelato da spasseggio."

Luigi Malerba, I Neologissimi





"Quali sono le mie dipendenze? Sì, una c'è. Cammino di notte, ogni notte, per le strade della città dove vivo, con qualsiasi tempo: caldo, freddo, pioggia, neve, grandine, vento. Ho cominciato a trent'anni, uscivo di notte, camminavo con una lattina di birra in mano lungo strade dove non passava nessuno, parchi vuoti e deserti dove si aggiravano solo spacciatori e drogati e povere, dolci puttane bambine, perché avevo perduto la mia vita, non avevo una direzione, stavo solo conficcando la mia povera testa cieca nell'infinito buio del mondo. Uscivo di notte e camminavo per ore. Un passo dopo l'altro. Non so verso dove. Nelle tasche tenevo dei foglietti e, mentre di notte camminavo, scrivevo e scarabocchiavo in fretta." 

Antonio Moresco, Camminare da solo di notte  (tratto dalla rivista Granta, numero 4 dedicato al tema "Dipendenze")






"L'unica cosa che gli piaceva era andare in giro tutto il giorno per le strade a caso, trascinando i piedi lentamente e fermandosi ogni tanto a guardare la facciata di una casa a testa in su. Erano quei giorni d'avvicinamento all'estate che avevano le ombre così lunghe di primo mattino, con poca gente per strada e un'aria di stanchezza dappertutto che era un piacere. Strade assolate col silenzio dei giorni vuoti, case addormentate e pacifiche allo sguardo. E il frescolino degli androni? Tra i migliori ricordi. Qualcuno passava in bicicletta nel sole e ti sembrava di essere all'equatore. Qualcuno stava affacciato alla finestra e subito ti veniva da sbadigliare. In quei giorni si stava bene ad essere svogliati e ronzare come le mosche nelle cucine di campagna, poi trascinare le scarpe verso nessuna meta come cani che vanno a zonzo in cerca di ossi. I pensieri si scioglievano nel moto dei piedi, e uno non si ricordava più di avere un padre e una madre, di avere una famiglia, neanche di avere un nome e un cognome. Veniva la voglia di stendersi su un marciapiede all'ombra come i gatti."

Gianni Celati, Vite di pascolanti






"Orlo, bordo, confine, selve, monti, mare, alberi, zolla, cane, vigna, nuvole, vacca, panchina, sole, alba, tramonto, e vento, neve, pioggia, e altro vento, e altra neve, e aprile, e il verde di maggio, e il nero di settembre, silenzio senza opinioni, luce senza commenti, voglio solo che la vita sfili, se ne vada da dove è venuta, non la trattengo, non voglio trattenere niente, camminare, guardare gli alberi, non dire e non fare nient'altro che il giro dei confini, andare sempre più dentro a certi confini, non superarli, non mirare al centro, non mirare alle passioni di tutti, disertare, prendere confidenza col cielo, ma farlo senza vantarsene, non sputare parole sul mondo e sugli altri, camminare, uscire perché è uscito il sole"

Franco Arminio, Geografia commossa dell'Italia interna




"Camminai tranquillamente per un bel pezzo su questa strada, pensando i miei pensieri con la parte anteriore del cervello, e intanto, con quella posteriore, godendo la vasta bellezza del mattino. L'aria era chiara, frizzante, copiosa e inebriante. La sua potente presenza era manifesta ovunque: scuoteva vivacemente ogni cosa verde e conferiva maggiore dignità e definitezza alle pietre e alle rocce, ordinava e riordinava incessantemente le nubi e spirava vita nel mondo. Il sole era emerso dal suo nascondiglio e ora si librava benigno, basso nel cielo, riversando ondate di incantevole luce e preliminari fremiti di calore..."

Flann O'Brien, Il terzo poliziotto








Stefano Rosso, Passeggiata





 

Roberto Benigni, Il Mostro


lunedì 14 ottobre 2013

A che serve un Perepè- Andrea Pazienza


A che serve un Perepè

Un giorno un cavallo, un perepè e una margherita giallo mare se ne andavano a spasso per il mondo.
“ALT!” 
disse il Gran Maestro dei Grigi sbucando da un cespuglio.
“Le margherite non vanno a spasso, lo sanno tutti! Quindi la favola finisce qua!”
“No, la margherita la porto con me” 
disse il cavallo
“Ciao” 
disse la margherita che era molto bene educata.

E i tre continuarono la passeggiata e il cavallo portava la margherita sulla groppa.
“UN MOMENTO!” 
disse di nuovo il Gran Maestro dei Grigi “chi ha mai sentito parlare di una margherita giallo mare? Il mare è blu! Lo sanno tutti, quindi la favola finisce qua!”
“No, guarda, quando il sole tramonta, il mare ha tutti i colori!”
disse il cavallo.
“Bah!” 
disse il Gran Maestro dei Grigi.

E i tre continuarono a girare il mondo in lungo e in largo.
“FERMI!”
disse ancora il Gran Maestro dei Grigi che era proprio uno scocciatore.
“Come mai tu che sei un cavallo parli, e questa margherita mi ha detto ciao? I cavalli non parlano, lo sanno tutti! Quindi la favola finisce qua!”
“Ma no! I cavalli parlano, solo che gli uomini non li capiscono. E la margherita, anche lei parla, sennò come faceva a salutare?”

E i tre continuarono la passeggiata ridendo e scherzando.
“FERMI TUTTI!” 
disse ancora il Gran Maestro dei Grigi “e va bene il cavallo parlante, va bene la margherita giallo mare, ma un perepè? A che serve un perepè?”
“Serve perché, quando c’è uno scocciatore come te, lui salta e fa: PEREPE’ PEREPE’!!!”

Andrea Pazienza detto Paz










giovedì 7 marzo 2013

Le donne quando ridono-Paolo Albani




Mi piacciono le donne quando ridono. Mi piacciono perché quando ridono, specie se lo fanno di cuore, lasciandosi andare, alle donne succede che il seno gli comincia a ballonzolare tutto, a muoversi per via dei sussulti che il riso provoca. Questo accade di certo alle donne che hanno un seno florido, esuberante, che sembra voglia prendere il volo e accomiatarsi dallo scollo non sempre contenuto delle loro camicette. E poi ce n’è di quelle – almeno così mi ha detto Monica – che quando ridono, poiché lo fanno mettendoci un po’ di malizia e in modo prolungato, alla fine gli diventa turgido il capezzolo, che quasi non se ne accorgono. Loro ridono, ridono e intanto piano piano gli si allunga il capezzolo e s’irrigidisce da solo, senza bisogno di alcun toccamento. Non so se questo sia vero, o se Monica me l’abbia detto solo per compiacermi perché una volta, a una mostra, le ho confessato che le donne quando ridono mi piacciono da impazzire, non so, ma hanno un fascino speciale, irresistibile. 
 In effetti quando vedo una donna che ride, e mi accorgo che ha un seno prosperoso, e magari si vede che non porta il reggiseno, mi viene subito da pensare che quando ride, sotto i vestiti, il seno le balla tutto, le va su e giù, ondeggia come una coppa di gelatina particolarmente morbida. Perciò vederle ridere, le donne, è uno spettacolo che fa bene allo spirito, lo trovo sensuale, rincuorante. Mi eccita immaginare che il seno di una donna mentre ride si muove seguendo la cadenza fuori controllo delle risate, che anche lui, il seno, a suo modo ride partecipando generoso ai fremiti di quel momento di allegria. Fra la bocca di una donna che ride e il seno che le oscilla leggermente scomposto sotto la camicetta esiste una sorta di complicità, d’intesa che si accende e si riproduce solo in quello stato di abbandono liberatorio di cui il riso è responsabile.
 
 Un’altra cosa che mi piace, e non poco, delle donne quando ridono sono gli occhi. Alcune quando ridono gli brillano gli occhi come due fiammiferi accesi; dentro gli occhi gli si vede un qualcosa che non si vede quando le donne stanno in atteggiamento normale o sono pensierose, un qualcosa di profondo, quasi di spirituale mi verrebbe da dire, senza esagerazione, anche perché la parola «spirituale» me ne ricorda un’altra, «spiritoso», che con il riso si coniuga bene. Forse mi sbaglio, ma a me sembra che gli occhi di una donna quando ride diventano magnetici, più intensi, e quindi sono più autentici. Altre donne invece - è il caso di Monica ad esempio - quando ridono gli occhi li tengono chiusi, non li aprono fintanto che ridono e magari gli vengono le lacrime, e questa di nuovo è una cosa che mi eccita, perché mi viene da pensare che è così che le donne tengono gli occhi quando danno un bacio o fanno all’amore. Che meraviglia!
 
 C’è ancora un altro movimento che mi piace nelle donne quando ridono, ed è quello che le donne compiono quando si piegano in avanti nel momento in cui ridono, e assumono una posizione quasi a angolo retto tenendosi lo stomaco con le braccia unite, che se hanno i pantaloni stretti, attillati, ad esempio i blue jeans, quando si piegano in due e lasciano cadere i capelli sul volto, se hanno i capelli lunghi ben inteso, allora in quella posizione non proprio ortodossa le rotondità del loro fondoschiena si accentuano, risaltano maggiormente (sempre che uno osservi la scena di una donna che ride standole alle spalle), e anche questo è uno spettacolo eccitante, legato al modo singolare, unico che hanno le donne di ridere, uno spettacolo che è bello da vedersi e tutte le volte che si ripete mi manda in estasi.
 
Monica mi ha detto che una volta, in casa di amici, dopo una battuta cretina di un tale che aveva un pizzetto da capretta tibetana, lei si è messa a ridere a crepapelle. Un po’ per l’idiozia scoraggiante della battuta, un po’ per il pizzetto ridicolo di quel tale, ha iniziato a ridere in modo così impetuoso e convulso che a un certo punto non ce l’ha fatta più, non è riuscita a trattenersi e alla fine (meno male che aveva la gonna) si è bagnata, provando lì per lì una grande vergogna tanto che avrebbe voluto scappare via, anche se nessuno per fortuna si era accorto dell’incidente. Allo stesso tempo però, con la sua aria candida, Monica ha aggiunto che, mentre rideva, sentirsi addosso quel liquido caldo che le inumidiva l’attaccatura delle cosce, le ha procurato una sensazione gradevole, sfacciatamente libidinosa. E io, per quanto mi riguarda, se devo essere sincero, nel momento in cui Monica mi raccontava quell’episodio, mi sono eccitato moltissimo pensando a lei, in gonna, che si bagnava ridendo come una pazza davanti ai suoi amici, ignari del piccolo cedimento che le era capitato. Una ragione in più per farmi piacere le donne quando ridono…
 
Negli ultimi tempi non appena mi sono reso conto che Monica  si era fatta seria e svogliata durante i nostri incontri, e rideva sempre meno, e se lo faceva gli veniva una roba finta, artificiosa, ho immediatamente realizzato che qualcosa non andava più fra noi, che forse lei si era stancata di me. E infatti non mi sbagliavo: dopo un po’ ci siamo lasciati, senza drammi, restando per quanto possibile buoni amici, anche se la fine della nostra storia mi ha rattristato molto perché adoravo quel suo modo voluttuoso e impertinente di ridere.





Questo testo è uscito su il Caffè illustrato, 51, novembre/dicembre 2009, p. 10. 

mercoledì 26 dicembre 2012

Amore come il Mare







Io e la Venerelli eravamo perduti in un mare di risucchi e saliva, baci interminabili, lingue che saettavano, per me fu un corso accelerato da cui trassi esperienza e benefici tutta la vita. E premendo contro le sue epiche tette, e rimbalzando indietro, e di nuovo allacciandomi respinto ma non troppo, provai piaceri e stupori che ancora mi commuovono. Poi, alle prime luci della città, dopo un ultimo duello di papille, io la vidi di profilo, bellissima, sudata, accalorata, con un ciuffo sull'occhio e il golfino di lana che le lasciava scoperta una spalla.
- Ti amo - le dissi-
- Ma sarai scemo? - rispose lei.


Tratto da "Saltatempo" di Stefano Benni







"Quando sarò capace di amare" di Giorgio Gaber




mercoledì 14 novembre 2012

L' Anima dei calzini



Negli Anni Trenta appare a Vienna un libretto del filosofo e pittore Gottfried Schlimm intitolato L’anima dei calzini (Die Seele der Söckchen), riscoperto grazie alla premurosa e infaticabile passione per la cultura mitteleuropea di Alba Frosini, docente di Letteratura e Lingua tedesca all’università di Bologna, che ne ha curato la traduzione italiana presso l’editore Rumma di Ancona (pp. IX + 67, Euro 18,00).
Schlimm è un fanatico dell’eleganza, - scrive la Frosini nella prefazione a L’anima dei calzini - un dandy che si atteggia a pensatore raffinato, che accomuna la vita elegante all’«arte di spendere il proprio reddito da uomo di spirito», un esteta per il quale l’elegantologia è una «scienza che ci insegna a non far nulla come gli altri, pur sembrando far tutto come loro», definizioni riprese fedelmente dal Traité de la vie élégante di Balzac, testo che lo stesso Schlimm ha tradotto in tedesco per una rivistina di poesia, arte e spettacolo, Die Meistersinger (I maestri cantori), pubblicata a Linz nel maggio del 1934, e non andata oltre il primo numero.
Per tutta la vita Schlimm ha inseguito tenacemente un unico modello di perfezione. Un modello che lo ha portato per tutta la vita a dipingere calzini, sempre e solo calzini, al pari di ciò che fece, molti anni più tardi, Clément Cadou con i mobili (cfr. il saggio di Georges Perec, Ritratto dell’autore visto come un mobile, sempre, che figura anche, al n. 56, in MIRABIBLIA. Catalogo ragionato di libri introvabili, Bologna, Zanichelli, 2003).
Calzini nelle posizioni più disparate: sopra una sedia; dentro una cesta di panni sporchi; sul pavimento o sopra un letto in disordine; appesi a un filo, come ginnasti a testa in giù, tenuti fermi dalla presa sicura delle mollette; abbandonati in un viottolo di campagna; messi ad asciugare vicino a una stufa a legna; arrotolati dentro un paio di scarpe nere, imbrattate di fango; oppure sporgenti da un cassetto semiaperto, nuovi, con il cartellino di vendita ancora bene in vista.
Misteriosamente, soltanto in due tele (Il tavolo a mezzogiorno, 1934, cm 20x40, e Visione sotto la luna, 1938, cm 45x75), i calzini non hanno il ruolo di protagonisti, ma s’intravedono di lato o sullo sfondo, seminascosti dietro insignificanti nature morte - vasi da fiori, bottiglie o pesci con gli occhi tristi e spaventati.
I quadri di Schlimm, ispirati a un’evanescente plasticità del cotone, della seta, della lana, ci mostrano, in varie posizioni e atteggiamenti, calzini accoppiati in perfetto ordine e di genere maschile. Su quest’ultimo dettaglio, la Frosini non nasconde il suo disappunto sottolineando come la misoginia che traspare dai calzini dipinti da Schlimm s’intrecci (è proprio il caso di dirlo) a un’altra loro caratteristica, anch’essa densa di significati reconditi, ovvero la mancanza di buchi e di frinzelli, una costante nell’immaginario calzinesco del pittore viennese.
In un solo caso, adagiato su una spiaggia deserta, sotto un cielo plumbeo che minaccia di aprirsi in temporale, Schlimm ha dipinto un calzino desolatamente orfano del suo gemello (l’opera del 1922, cm 40x70, s’intitola emblematicamente Lontananza).
Cedendo a un impulso giocoso c’è poi un quadro (l’unico del genere) - L’accostamento non voluto del 1937, cm 70x100 – dove Schlimm ha raffigurato due calzini spaiati, uno blu e l’altro grigio perla, con un ricamo sulla parte alta, che sembrano guardarsi in modo affettuoso, ammiccare divertiti in una marea di libri sparsi qua e là su una scrivania, dietro la quale si scorge, appeso a una parete illuminata dal sole, un calendario con i numeri e le lettere del mese in rosso su uno sfondo bianco. Il calendario indica la data del 7 dicembre 1898, che poi è la data di nascita dell’artista.
Se è vero che i calzini hanno un’anima - scrive Schlimm cercando di dare un senso alla propria ossessione - questa si manifesta nella loro inconfondibile forma, lunga e corta, nella trama dei disegni che ne abbelliscono lo slancio, nei colori, nella morbidezza avvolgente del loro tessuto, che è poi il loro vissuto, fatto di giri a rovescio, di lussuose trasparenze, di odori mal celati, di piccolissime smagliature che, come succede ai bozzoli da cui fuoriescono le farfalle, si tramutano con il tempo in spiragli di luce. 
Poi conclude il libro con questa melanconica riflessione:
"Paradossalmente l’anima dei calzini si nasconde là dove meno ci si aspetterebbe di trovarla, sul filo impercettibile della loro salda aderenza alle gibbosità del mondo, contatto che ci fa sentire vivi, sebbene precariamente vacillanti e di passaggio."

Tratto dal testo di Paolo Albani contenuto nella rivista Il caffè illustrato, n. 12






 Il paradiso dei calzini di Vinicio Capossela

Dove vanno a finire i calzini 
quando perdono i loro vicini 
dove vanno a finire beati 
i perduti con quelli spaiati 
quelli a righe mischiati con quelli a pois 
dove vanno nessuno lo sa 
Dove va chi rimane smarrito 
in un’alba d’albergo scordato 
chi è restato impigliato in un letto 
chi ha trovato richiuso il cassetto 
chi si butta alla cieca nel mucchio 
della biancheria 
dove va chi ha smarrito la via 
Nel paradiso dei calzini 
si ritrovano tutti vicini 
nel paradiso dei calzini.. 
Chi non ha mai trovato il compagno 
fabbricato soltanto nel sogno 
chi si è lasciato cadere sul fondo 
chi non ha mai trovato il ritorno 
chi ha inseguito testardo un rattoppo 
chi si è fatto trovare sul fatto 
chi ha abusato di napisan o di cloritina 
chi si è sfatto con la candeggina 
Nel paradiso dei calzini.. 
nel paradiso dei calzini 
non c’è pena se non sei con me 
Dov’è andato a finire il tuo amore 
quando si è perso lontano dal mio 
dov’è andato a finire nessuno lo sa 
ma di certo si trovera’ la’.. 
Nel paradiso dei calzini 
si ritrovano uniti e vicini 
nel paradiso dei calzini 
non c’è pena se non sei con me 
non c’è pena se non sei con me

venerdì 26 ottobre 2012

Il poeta gobbo




"Il nostro maestro di scuola pelatone ci impartiva lezioni scolastiche volendo farci leggere tante poesie che a noi non ci interessano. Il pelatone aveva quella mania, pretendeva che noi studiamo a memoria poesie che non si capiva un’acca cosa dicevano, cioè cose inverosimili dette con parole anche più inverosimili. Al pelatone gli piacevano tanto queste cose che andava in solluchero a leggerle forte in classe, facendo gesti delle braccia come se volesse acchiappare una mosca. E ci spiegava che erano cose scritte da grandi poeti riconosciuti come celebrità della nazione. Secondo noi questi poeti dovevano essere mezzi scemi a parlare in quel modo che non si capisce niente, e fa ridere moltissimo a sentirli. Dunque a studiarle a memoria queste poesie ci scappava da ridere, e anche quando gliele recitiamo al maestro ci scappava da ridere a ogni frase, con rabbia del pelatone perché non portiamo rispetto. C’era uno di questi poeti che secondo le spiegazioni del maestro era gobbo o zoppo non so, e tanto infelice perché la vita gli sembrava amara. Questo qui aveva un grande amore per una signorina morta, e allora non si dava pace chiedendosi: cos’è la vita? E stava sempre in casa a studiare e scrivere poesie. Un giorno si è messo alla finestra, ha visto della gente allegra che ballava per strada e si è detto: oh come vorrei essere allegro anch’io. Allora ha avuto questo sentimento nell’animo, e ci ha scritto sopra una poesia così famosa che gli hanno fatto un monumento. In questo modo la vita gli è sembrata meno amara. Un compagno di scuola ripetente ha voluto dire al maestro che secondo lui quella poesia era tutta sbagliata. Perché prima di tutto non si capisce cosa stava a fare sempre a casa questo poeta, e poi scritta da uno che non parla neanche in italiano. Il maestro ha fatto un salto sulla sedia a sentire così. E per convincere il compagno ripetente che aveva torto, gli ha dato una grossa punizione con brutti voti. Il compagno non si è convinto. Il maestro minacciava di farlo scacciare dalla scuola se non si convince che quella è una grande poesia inimitabile. Però tutta la nostra scolaresca è insorta a dire: è una cretinata! E alcuni dicevano:abbasso il gobbo! E altri dicevano: a quello là gli puzzava il fiato! Il maestro non sapeva più dove mettere gli occhi e ci sgridava stringendo i pugni. Ha voluto chiamare il preside per farci punire tutti."

Tratto da La banda dei sospiri di Gianni Celati




lunedì 1 ottobre 2012

I giocattoli sotto l'albero



"Cosa può accadere sotto l'albero di Natale nel momento in cui i genitori frastornano il bambino con una montagna di giocattoli? Sono state acquistate per lui tutte le ultime diavolerie tecnologiche, i marchingegni più sofisticati e pubblicizzati e costosi, ma quella peste, chissà perché, non li degna di uno sguardo. E concentra la propria attenzione sull'oggetto che agli occhi dell'adulto appare meno attraente. Magari su quello più povero, elementare, primitivo. Come è potuto accadere? Quali strade misteriose segue il suo desiderio? Il bambino giocando a quel gioco che ha scelto impara a riconoscersi come tale e contemporaneamente impara a prendere le misure del mondo adulto, irridendolo e mettendone a nudo l'inconsistenza. A cominciare dall'idea di tempo. Per i grandi "il tempo è denaro", e rammentano di continuo al piccolo che "un bel gioco dura poco": niente di più falso, visto che il gioco più bello deve, alla lettera, ripetersi all'infinito. Il fatto è che l'adulto prova in tutti i modi a porre limiti e regole quanto mai strette, perché sa che il bambino che gioca non è più sotto il suo controllo. E giocando, mette continuamente in crisi le fondamenta del suo mondo e la sua presunta seriosità. Ma questa non è soltanto una prerogativa dei bambini: ci sono poeti e filosofi che la pensano allo stesso modo. E allora non sarebbe male se almeno ogni tanto l'adulto se ne ricordasse, lasciando desta dentro di sé la voce interiore del bambino che un giorno lui stesso è stato e che sta lì a ricordargli come nell'esistenza si gioca e si è giocati al medesimo tempo. Cos'altro intendeva suggerire l'inarrivabile Montaigne, quando si chiedeva se era lui a trastullarsi con la gatta, o piuttosto la gatta a trastullarsi con lui?"

Franco Marcoaldi