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domenica 31 agosto 2014

Brasile 1950 – Brasile 2014: La maledizione del Mondiale in casa

Il Brasile dei Mondiali del 1950 era una nazione umile in cui il calcio, impastato di umanità, si praticava con poche risorse economiche. C’erano i palloni di cuoio con le cuciture e le maglie delle squadre senza scritte. C’era il calcio bailado, fatto con stracci e fantasia. Il Brasile era un paese povero ma anche felice, in cui da mattina a sera per le strade si vedevano frotte di bambini giocare allegri e accontentarsi del poco che avevano. C’è un brano di un bellissimo romanzo di Fabio Stassi, È finito il nostro carnevale (Minimum fax, 2007), che descrive perfettamente l’atmosfera magica che si respirava in quel Brasile del 1950:


I bambini giocavano a pallone contro i muri delle case, per strada, sulle scalinate. Lì quasi nessuno aveva le scarpe. Il calcio era come l’amore, non costava nulla. Un pomeriggio mentre guardavo palleggiare dei ragazzini pieni d’estro su un campo di terriccio, venne giù il temporale più violento che mi avesse mai bagnato. Trovai riparo sotto la tettoia di un capannone. La pioggia si era fatta tempesta, e la tempesta diluvio. Un fiume di fango scorreva davanti ai miei piedi e vedevo baracche di lamiera verniciata scivolare giù dalle colline come biglie di vetro. Eppure, in tutto quel cataclisma, i ragazzini non avevano smesso di giocare. Sfidavano i fulmini con irriverenza. Gareggiavano a chi riuscisse a mantenere la palla più a lungo per aria. Si esibivano in controlli acrobatici, dribblando il vento e l’acqua. Se la loro passione era più forte di tutte le piogge della terra, i brasiliani quell'anno avrebbero di sicuro conquistato la Coppa del Mondo”.

Il Brasile è uno di quei posti in cui il calcio è ragione di vita, in cui un trionfo in Coppa del Mondo basta per far dimenticare povertà e disgrazie. Per il popolo brasiliano quel Mondiale giocato in casa era una questione di vita o di morte. La partita decisiva si giocò il 16 luglio 1950 al Maracanã di fronte a 199.854 spettatori, record di ogni tempo. Il Brasile, per vincere la Coppa, poteva anche pareggiare (allora le regole erano diverse). Fin lì aveva dominato tutte le partite e tutti i tifosi brasiliani erano sicuri che il Brasile avrebbe stravinto anche l’ultima gara. Fu Friaca a portare in vantaggio i brasiliani al 47’. Ma Il grande Juan Alberto Pepe Schiaffino, detto il Dio del pallone, pareggiò i conti per l'Uruguay al 66’. A quel punto il Brasile con il pareggio sarebbe stato ugualmente Campione del Mondo. Ma non si accontentò e si spinse in avanti, esponendosi al contropiede dell’Uruguay. Il minuto della partita che paralizzò tutti i tifosi brasiliani fu il 79’: la grande ala uruguagia Alcides Edgardo Ghiggia si involò sulla destra saltando il suo diretto avversario. Il forte portiere brasiliano Moacir Barbosa Nascimento si aspettava il cross e decise di fare un piccolo passo in avanti. Ma Ghiggia, vedendo il portiere fuori posizione, invece di crossare, tirò rasoterra verso il palo lasciato scoperto. Non ci fu niente da fare, l’Uruguay si portò in vantaggio e mantenne il risultato fino alla fine, vincendo a sorpresa e contro i favori del pronostico il titolo mondiale. 
Ecco come viene descritto questo indimenticabile momento in  È finito il nostro carnevale di Stassi:

A undici minuti dalla fine, Schiaffino finta elegantemente sulla tre quarti e passa la palla a Ghiggia. Ghiggia riceve. Tiro. Goal. Uruguay due. Brasile uno. Moacir Barbosa, il primo portiere nero del Brasile, divenne bianco per il pallore. Nessuno gli avrebbe più perdonato di averla soltanto sfiorato, quella palla. Al fischio finale dell’arbitro, il Maracanã si accasciò come un pappagallino colpito a morte a cui avevano strappato le ali, piuma per piuma, e tagliato la lingua. Come se fosse precipitato da un’altezza vertiginosa sino al centro della terra. Per paradosso, la squadra che lo aveva impallinato si faceva chiamare Celeste. Lo definirono il silenzio più irripetibile della storia del calcio. Chi lo ha ascoltato può confermarlo. Un silenzio di duecentomila persone spacca i timpani e chiude la gola. Molti persero la voce per sempre. Il cronista che commentava la partita per radio abbandonò il suo mestiere. In tutta la nazione, i poveri e gli idealisti presero a suicidarsi”





Il portiere Barbosa, prima di morire a settantanove anni, dopo aver trascorso il resto della sua esistenza nell'indifferenza generale, dirà: “C’è chi dopo trent'anni sconta una condanna per omicidio, la mia invece non è finita neanche dopo cinquanta
In Brasile quel giorno piansero tutti. Fu più di una partita di calcio, fu una tragedia che uccise diverse persone. Alcune morirono di crepacuore, altre si suicidarono.
Il capitano dell’Uruguay Obdulio Varela, detto El Negro Jefe, rimuginò a lungo sul fardello morale della vittoria. Queste sono le parole che il grande scrittore Osvaldo Soriano gli attribuisce in uno splendido racconto-intervista pubblicato il 16 luglio del 1972 nel supplemento culturale del giornale La Opinión: “Loro per quella sera avevano preparato il carnevale più grosso del mondo e se l’erano rovinato. Gliel’avevamo rovinato noi. Mi sentivo male per questo. Sarebbe stato bello vedere quel carnevale, vedere come la gente se la spassava con una cosa così semplice. Noi avevamo rovinato tutto per un titolo, ma cosa importava in confronto a tutta quella tristezza?”

mercoledì 3 aprile 2013

L'ultimo ballo di Charlot di Fabio Stassi: un mondo di risate e lacrime


L’ultimo ballo di Charlot è un libro sorprendente, scritto con semplicità e leggerezza da un giovane scrittore di origine siciliana.

Fabio Stassi con il suo romanzo si è inventato una bella favola, ambientata in un mondo fatto di risate e lacrime; la Morte in persona va a trovare ogni Natale un vecchio e arrugginito Charlie Chaplin che, per aver salva la vita, deve farla ridere. In questo strano patto Chaplin riesce a prolungare la propria esistenza, potendo così restare accanto al proprio figlio ancora piccolo al quale scrive, prima di morire, una lunga lettera in cui racconta i momenti più emozionanti della sua avventurosa vita.
La mia memoria è un  guardaroba così inverosimile che non so più se quello che contiene l’ho vissuto realmente oppure l’ho sognato. Non ci può essere, per me, un confine chiaro tra tutte le cose che mi sono accadute e quelle che non ho smesso di inventare solo nella mia testa.

E così comincia la storia di Charlie che, molto giovane, lascia la famiglia, comincia a girovagare per il mondo in cerca di fortuna, e per poter campare svolge attività di ogni genere: maratoneta, venditore di fiori, maggiordomo, strillone di giornali, imbalsamatore di animali, pugile e allenatore di pugili, tipografo, venditore di caramelle
Più che ai bambini vendevamo caramelle ai vecchi. Mi riempivano il negozio, in certe ore della giornata, come stormi di uccelli migratori che si posano sui rami di un albero, e mentre gli pesavo un etto o due di zuccherini, si sedevano da una parte e beccheggiavano i loro ricordi per interi pomeriggi.”

Ma tutti questi mestieri, come nel caso della breve esperienza di garzone di barbiere, si rivelano incompatibili con la sua vera natura di comico vagabondo
Il mio compito era quello di insaponare le facce della gente. Non puoi credere quanto siano diverse una dall’altra: ruvide spigolose grasse…mi veniva naturale imitarle allo specchio mentre gli massaggiavo le guance, era più forte di me. Chi aspettava il suo turno mi spiava da dietro le spalle e presto l’intera bottega scoppiava a ridere. In pochi giorni, i clienti più permalosi mi fecero cacciare”.

Stassi ripercorre gli avvenimenti romanzati dell’avventurosa vita di Charlie Chaplin, dai primi innamoramenti (“Vedrai come succede le prime volte: ti manca il fiato, la notte ti giri nel letto senza dormire e cominci a fare un mucchio di cose stupide.”), alla sua indimenticabile esperienza al circo, luogo in cui conosce Stan Laurel (“Solo uno era più bravo di me, anche se doveva farsi le ossa: un ragazzo magrolino dall’aria pasticciona, i capelli dritti e gli occhi perennemente sul punto di lacrimare. Sembrava un ballerino che danzava sulle punte lungo un confine di gesso tra realtà e sogno, con una leggerezza che non avevo riconosciuto in nessun acrobata. La sua invenzione più geniale fu farsi passare per stupido di fronte al mondo intero, come se si fosse isolato per sempre in un angolo della sua adolescenza.”)

È un Charlie Chaplin, la cui vita è come il suo modo di camminare fin da bambino, “sul bordo delle strade, un piede dopo l’altro, come un acrobata sul filo.”

Finché un giorno ecco la svolta della sua esistenza: indossa per caso un paio di calzoni sformati, un gilè e una giacca troppo stretti,due scarpe enormi e logore, una bombetta, un bastone e una cravatta a farfalla. Si agita i capelli, si incolla sotto al naso un paio di baffetti neri. È così che nasce la leggenda di Charlot, “il clown vagabondo, il buffone irriverente, il bambino capriccioso che fa le boccacce e ha le mani sporche.” 

Nasce con Charlot una comicità spontanea che riempie gli occhi di risate e lacrime
“Il trucco è sempre lo stesso: fare in modo che il mondo appaia rovesciato, sottosopra. La comicità è una capriola che irride i ricchi, rimette le cose a posto e ripara le ingiustizie. Chiude le porte ai prepotenti e le fa aprire ai deboli e agli indifesi, anche solo per il lampo di un sorriso. È quest’incredulità che ci riempie gli occhi di lacrime. Suscitare il riso e le lacrime è stata la mia infantile protesta contro la miseria, la malattia e il disprezzo, il mio rifiuto dell’odio e di tutte le forme sbagliate che finiscono per governare le relazioni umane. È stupefacente a pensarci quanto sia facile a contagiarsi l’allegria e quanto triste e malato sia invece il mondo.”.

Perché, come dice Charlot, un giorno senza sorriso è un giorno perso.