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mercoledì 4 dicembre 2013

Vagabondare tra le parole: Passeggiare e Spasseggiare



"Spasseggiare significa passeggiare con divertimento, cioè includendo nel passeggio anche lo spasso. Una passeggiata solitaria in un bosco difficilmente potrà essere una spasseggiata. La spasseggiata comprende lo scherzo e lo scherno, lo sgambetto e la rincorsa, il vetro rotto e il pesce d’aprile, l’anacoluto e la rima baciata, il crudo e il cotto, la scopata e l’inculata, la pizza e il gelato da passeggio che in questo caso diventa il gelato da spasseggio."

Luigi Malerba, I Neologissimi





"Quali sono le mie dipendenze? Sì, una c'è. Cammino di notte, ogni notte, per le strade della città dove vivo, con qualsiasi tempo: caldo, freddo, pioggia, neve, grandine, vento. Ho cominciato a trent'anni, uscivo di notte, camminavo con una lattina di birra in mano lungo strade dove non passava nessuno, parchi vuoti e deserti dove si aggiravano solo spacciatori e drogati e povere, dolci puttane bambine, perché avevo perduto la mia vita, non avevo una direzione, stavo solo conficcando la mia povera testa cieca nell'infinito buio del mondo. Uscivo di notte e camminavo per ore. Un passo dopo l'altro. Non so verso dove. Nelle tasche tenevo dei foglietti e, mentre di notte camminavo, scrivevo e scarabocchiavo in fretta." 

Antonio Moresco, Camminare da solo di notte  (tratto dalla rivista Granta, numero 4 dedicato al tema "Dipendenze")






"L'unica cosa che gli piaceva era andare in giro tutto il giorno per le strade a caso, trascinando i piedi lentamente e fermandosi ogni tanto a guardare la facciata di una casa a testa in su. Erano quei giorni d'avvicinamento all'estate che avevano le ombre così lunghe di primo mattino, con poca gente per strada e un'aria di stanchezza dappertutto che era un piacere. Strade assolate col silenzio dei giorni vuoti, case addormentate e pacifiche allo sguardo. E il frescolino degli androni? Tra i migliori ricordi. Qualcuno passava in bicicletta nel sole e ti sembrava di essere all'equatore. Qualcuno stava affacciato alla finestra e subito ti veniva da sbadigliare. In quei giorni si stava bene ad essere svogliati e ronzare come le mosche nelle cucine di campagna, poi trascinare le scarpe verso nessuna meta come cani che vanno a zonzo in cerca di ossi. I pensieri si scioglievano nel moto dei piedi, e uno non si ricordava più di avere un padre e una madre, di avere una famiglia, neanche di avere un nome e un cognome. Veniva la voglia di stendersi su un marciapiede all'ombra come i gatti."

Gianni Celati, Vite di pascolanti






"Orlo, bordo, confine, selve, monti, mare, alberi, zolla, cane, vigna, nuvole, vacca, panchina, sole, alba, tramonto, e vento, neve, pioggia, e altro vento, e altra neve, e aprile, e il verde di maggio, e il nero di settembre, silenzio senza opinioni, luce senza commenti, voglio solo che la vita sfili, se ne vada da dove è venuta, non la trattengo, non voglio trattenere niente, camminare, guardare gli alberi, non dire e non fare nient'altro che il giro dei confini, andare sempre più dentro a certi confini, non superarli, non mirare al centro, non mirare alle passioni di tutti, disertare, prendere confidenza col cielo, ma farlo senza vantarsene, non sputare parole sul mondo e sugli altri, camminare, uscire perché è uscito il sole"

Franco Arminio, Geografia commossa dell'Italia interna




"Camminai tranquillamente per un bel pezzo su questa strada, pensando i miei pensieri con la parte anteriore del cervello, e intanto, con quella posteriore, godendo la vasta bellezza del mattino. L'aria era chiara, frizzante, copiosa e inebriante. La sua potente presenza era manifesta ovunque: scuoteva vivacemente ogni cosa verde e conferiva maggiore dignità e definitezza alle pietre e alle rocce, ordinava e riordinava incessantemente le nubi e spirava vita nel mondo. Il sole era emerso dal suo nascondiglio e ora si librava benigno, basso nel cielo, riversando ondate di incantevole luce e preliminari fremiti di calore..."

Flann O'Brien, Il terzo poliziotto








Stefano Rosso, Passeggiata





 

Roberto Benigni, Il Mostro


venerdì 26 ottobre 2012

Il poeta gobbo




"Il nostro maestro di scuola pelatone ci impartiva lezioni scolastiche volendo farci leggere tante poesie che a noi non ci interessano. Il pelatone aveva quella mania, pretendeva che noi studiamo a memoria poesie che non si capiva un’acca cosa dicevano, cioè cose inverosimili dette con parole anche più inverosimili. Al pelatone gli piacevano tanto queste cose che andava in solluchero a leggerle forte in classe, facendo gesti delle braccia come se volesse acchiappare una mosca. E ci spiegava che erano cose scritte da grandi poeti riconosciuti come celebrità della nazione. Secondo noi questi poeti dovevano essere mezzi scemi a parlare in quel modo che non si capisce niente, e fa ridere moltissimo a sentirli. Dunque a studiarle a memoria queste poesie ci scappava da ridere, e anche quando gliele recitiamo al maestro ci scappava da ridere a ogni frase, con rabbia del pelatone perché non portiamo rispetto. C’era uno di questi poeti che secondo le spiegazioni del maestro era gobbo o zoppo non so, e tanto infelice perché la vita gli sembrava amara. Questo qui aveva un grande amore per una signorina morta, e allora non si dava pace chiedendosi: cos’è la vita? E stava sempre in casa a studiare e scrivere poesie. Un giorno si è messo alla finestra, ha visto della gente allegra che ballava per strada e si è detto: oh come vorrei essere allegro anch’io. Allora ha avuto questo sentimento nell’animo, e ci ha scritto sopra una poesia così famosa che gli hanno fatto un monumento. In questo modo la vita gli è sembrata meno amara. Un compagno di scuola ripetente ha voluto dire al maestro che secondo lui quella poesia era tutta sbagliata. Perché prima di tutto non si capisce cosa stava a fare sempre a casa questo poeta, e poi scritta da uno che non parla neanche in italiano. Il maestro ha fatto un salto sulla sedia a sentire così. E per convincere il compagno ripetente che aveva torto, gli ha dato una grossa punizione con brutti voti. Il compagno non si è convinto. Il maestro minacciava di farlo scacciare dalla scuola se non si convince che quella è una grande poesia inimitabile. Però tutta la nostra scolaresca è insorta a dire: è una cretinata! E alcuni dicevano:abbasso il gobbo! E altri dicevano: a quello là gli puzzava il fiato! Il maestro non sapeva più dove mettere gli occhi e ci sgridava stringendo i pugni. Ha voluto chiamare il preside per farci punire tutti."

Tratto da La banda dei sospiri di Gianni Celati




giovedì 25 ottobre 2012

Inchiostro Alcolico: La banda dei sospiri di Gianni Celati


                                                        L’AUTORE
Gianni Celati, nato a Sondrio nel 1937, è uno dei maggiori narratori italiani viventi. Si tratta di uno scrittore vagabondo dallo stile inconfondibile che non ha mai smesso di scrivere e spostarsi. I suoi scritti sono caratterizzati da un’evidente spontaneità, immediatezza e comicità. Secondo Celati narrare significa disperdersi, far divagare la propria mente, allontanarsi dagli schematismi e dalle convenzioni, come quando si guardano le nuvole in cielo cercando di indovinarne la forma mutevole.  In tal modo la narrazione trasporta  il lettore in un altro mondo, sottraendolo al peso della realtà. Il neologismo da lui coniato, “fantasticazione”, corrisponde al termine inglese revery, con cui si definisce l’atto del fantasticare. Questa parola rimanda all’idea di una totale distensione e rilassamento del corpo nell’atto della scrittura, che si compie in uno stato di dormiveglia, come se si scrivesse sotto l’impulso di alcuni sogni. Tra le sue opere, oltre a La banda dei sospiri (1976), si possono ricordare: Comiche (1971), Le avventure di Guizzardi (1972), Lunario del Paradiso (1978), Narratori delle pianure (1985), Quattro novelle sulle apparenze (1987), Verso la foce (1988), Avventure in Africa (1998), Cinema naturale (2001) e Fata Morgana (2005)


                                            LA BANDA DEI SOSPIRI
Il romanzo è la storia di un allegro, puzzolente e tragicomico ragazzino di nome Garibaldi, e della sua sgangherata famiglia che include: un padre sbraitone e bestemmiatore, una madre sarta che fa compassione, un disgraziato fratello, inventore di storie strampalate e aspirante romanziere, e vari zii, nonni e cugini, ognuno con i suoi tic. Il piccolo Garibaldi, come ogni ragazzo della sua età, frequenta la scuola, descritta come un luogo strambo in cui a insegnare c’è un maestro pelato con la fissa delle poesie a memoria, e a tentare di imparare dei bizzarri compagni, che più che pensare a studiare sono soliti masturbarsi sotto i banchi mentre il loro insegnante svolge le sue lunghissime e noiosissime lezioni su Leopardi. In mezzo a questo divertente e giocoso sfondo, Garibaldi, con i suoi occhi di bambino, indaga sulle attività dei grandi come la politica, la religione e il sesso traendone delle spassose conclusioni. La banda dei sospiri è un libro comico perfetto che rallegra il lettore portandolo in un mondo infantile e colorato.


UNA BOTTIGLIA D'INCHIOSTRO  RIDARELLO

“Il mio disgraziato fratello ha sempre avuto tante pretese nella vita, e da piccolo non mi lasciava mai in pace a volermi raccontare tutte le sue storie e sogni da ragazzo. Io non sapevo neanche di cosa parlasse, ma per calmarlo facevo quella funzione di ascoltare i suoi discorsi e applaudirlo, in quanto ero il fratello minore.”
“Io piccolino dormivo in un letto grande in mezzo a queste due sorelle, la bruna di qua e la bionda di là. Loro mi mettevano una mano per di sotto e mi venivano dappertutto con le dita a solleticarmi, che quindi io facevo dei salti. Perché una sorella mi stuzzicava il manico, e l’altra mi stuzzicava il sedere, e anch’io dunque volevo stuzzicarle loro tra le gambe per una forma di scherzo, strappandogli magari qualche pelo per divertirci.”

“Nel quadro c’era dipinta una donna con due grosse tette. Io prendevo una lente d’ingrandimento e montavo sopra una sedia per guardarmela meglio. Questa donna era sdraiata, con una mano si grattava il mento, e l’altra mano l’aveva sulla topa, per tenerci sopra un velo. Io sulla mia sedia spiavo tra le sue dita, e speravo molto di vedere cosa c’è sotto il velo. Ma questo neanche con la lente d’ingrandimento si riusciva a vedere. Allora ho preso un temperino, e andavo a scrostare dove c’è il velo, per vedere cosa c’è sotto. Ma sotto il velo c’era la tela e non la topa. Ci sono restato un po’ male. Poi ho tappato il buco con pane masticato.”

“Nella mia scuola c’era uno scalone con due statue in basso di donne con l’elmo in testa e le sottane corte. Noi passando da lì facevamo sempre il gesto di mettere una mano sotto le sottane di quelle donne, e di godere molto con spasimi di gioia in faccia. Poi certe volte negli intervalli scolastici, non visti scappavamo giù per le scale e montavamo sopra le statue per di dietro facendo le mosse dei cani in calore. Certuni hanno anche estratto il loro manico per metterglielo nel buco sotto la sottana a una di queste statue, e fare le mosse dei cani in calore. Però il buco essendo di pietra gli ha graffiato tutto il manico, che dopo hanno dovuto fare gli impacchi. I compagni hanno  cominciato a dire questa storia, che cioè quelle statue a metterglielo dentro si godeva moltissimo, ma addentavano.”

“Come era composta la nostra scuola? Tutti scolari maschi! Le scolare femmine erano in un’altra scuola vicina, dove noi delle volte andavamo a fare rappresaglie contro le bambine che vorrebbero avere da noi corteggiamenti. Alle bambine noi gli sputavamo in testa perché non ci piacciono, siccome non hanno le tette!”

“Era così. Io le mettevo un braccio intorno alla vita e stringevo tutto contento, perché non l’avevo mai fatto questo, di mettere un braccio intorno a una donna. Allora la scruto negli occhi e lei si lascia scrutare, sempre un po’ ridendo. Allora ridevo anch’io dalla soddisfazione, e adesso siamo molto abbracciati. E qui stavo a guardarle da vicino quel rossetto luccicante che porta sulle labbra, e mi chiedevo: sporcherà questo rossetto? Lei ha voluto darmi la prova che non sporca mollandomi un bacio. Un bacio a me sulla bocca, che mi ha dato all’improvviso. Ohè mi ha fatto girare la testa. Tant’è che dopo le mangiavo anche un po’ di capelli masticandoli molto entusiasta. Perché era proprio una roba da sogno questo bacio che non si dimentica, con noi due così stretti abbracciati per la strada quella sera.”

“Si pensava a quei tempi che se uno andava da una ragazza e la baciava, tutto era fatto e lei doveva essere sua fidanzata per sempre. Noi però non eravamo mai riusciti a dare a nessuna un bacio così, prima di tutto perché le bambine della nostra età non ci piacevano, e le mandavamo via con parole e sputi se venivano a fare le smorfiose. Secondo perché alle ragazze alte e signorine non ci arrivavamo ancora come altezza a baciarle sulla bocca, e dunque come fare?”

“Con tutti i guai della vita ci manca anche questa invenzione degli innamoramenti d’amore per far perdere tempo alla gente.”

“Si credeva a quei tempi che dovesse abbastanza in fretta scoppiare una rivoluzione, con ammazzamento di tutti i maiali superiori e trionfo del popolo e della libertà. Invece poi a quanto pare la rivoluzione non scoppia mai, e i maiali superiori ricchi e furbi sempre continuano a vivere alle spalle dei poveri miserabili che tirano la carretta.”

“Essendo un vagabondo che va libero per le strade senza pensieri in testa e con la bocca chiusa, non sapevo dove andare e andavo per divertimento al cimitero a leggere tutti i nomi sulle tombe e a guardare i ritratti dei defunti.”

“Con mio fratello delle volte alla sera progettavamo fughe per girare il mondo con un sacchetto in spalla. Si doveva prendere il treno, poi a piedi attraversare certe foreste che mio fratello conosceva benissimo perché se le era sognate di notte. Poi ci imbarcavamo su una nave diretta chissà dove. Però le fughe a chiacchiere sono una cosa e quelle vere un’altra. A dir la verità il mio disgraziato fratello preferiva stare a casa a leggere tanti libri e menarselo. E il massimo che abbiamo fatto come fuga è stato di andare alla stazione, dove lui si è letto tutti gli orari dei treni e poi siamo tornati a casa in silenzio.”






Colapesce- Bogotà

Le storie di questa casa vuota
Bastano a riempire una reggia
Quando eravamo dei nani impazziti Ricordi?
Poi arrivò quel cane nero
Non si dormiva la notte
Cicale e formiche facevano festa nel cortile

L’odore di pianta annaffiata
Di cuoio e di carne montana
La mia bicicletta
I tuoi soldatini immersi nel fango
Ed una mosca che pareva sempre la stessa
Ogni anno era li insieme a quel geco
La cena e un pigiama
E la sera finiva un po’ prima

Io la notte ancora sto sveglio
A pensare al tempo che ho perso
…E ne accumulo altro…

Le sfide raccolte a vent’anni
Nel sonno la scelta è nel buio
La tecnologia ammortizza
Il rimpianto e l’attesa
Partisti tamburo ed ombrello
Per anni sulla tuscolana
Adesso dispersi cerchiamo la pace
Nelle ombre degli altri
Fratello nuotiamo d’inverno
Il freddo rafforza le ossa
I tuoi soldatini nel fango
Sorvegliano ancora il quartiere

Io la notte ancora sto sveglio
A pensare al tempo che ho perso
…E ne accumulo altro…




mercoledì 19 settembre 2012

Impressioni artistiche di un bambino



"Il pittore era uno con la barbetta e aveva una moglie sua concubina, come si usava tra i pittori. Lui dipingeva sempre lei nuda, poi vendendo questi quadri scandalosi con la moglie spogliata. Io mi stupivo di questo fatto. Però non sapevo cos'è l'arte perché non ne avevo mai sentito parlare.
Mio padre ha cominciato ad andare a vedere questi quadri del suo amico pittore, e dava pareri come un celebre esperto. Non so dove se li andava a inventare quei discorsi, ma ne faceva certi da lasciare di stucco.
Poi un giorno a mio padre gli salta perfino in testa di fare un debito per comprare due di questi quadri. E ce li porta a casa.
Mia madre a vedersi davanti due nudi di donna spogliata ha spalancato gli occhi, contraria ad averceli in casa. La madre ha sprecato molte parole, ma il padre ha risposto: qui comando io.
Dunque adesso abbiamo due quadri scandalosi attaccati al muro.
Al mio disgraziato fratello non gli dispiacevano, e lo vedevo come andava a dare occhiate  di nascosto a quei quadri.
Questa moglie del Barbetta aveva due grosse tette che anch'io mi guardavo da vicino montando sopra una sedia. E andavo a prendere una lente di ingrandimento per vedere meglio come sono fatte. Nel quadro questa donna era sdraiata come un po' addormentata su un divano, con una mano che si gratta il mento e l'altra mano sulla topa, per tenerci sopra un velo. Io sulla mia sedia guardando da vicino spiavo tra le sue dita, e speravo molto di vedere cosa c'è sotto il velo. Ma questo neanche con la lente d'ingrandimento si riusciva a vedere.
Siccome nella mia classe scolastica si facevano molte discussioni sulla topa delle donne, e c'era un ripetente che l'aveva vista e sapeva descriverla alla perfezione, a me era nato questo genere di curiosità. Ho preso un temperino e andavo a scrostare dove c'è il velo, per vedere cosa c'è sotto. Ma sotto il velo c'era la tela e non la topa. Ci sono restato un po' male. Mio padre l'avevano imbrogliato, ma io non potevo dire niente, dunque ho tappato il buco con pane masticato."

Tratto da La banda dei sospiri di Gianni Celati

lunedì 9 luglio 2012

IL MONDO DELLA FANTASTICAZIONE DI GIANNI CELATI


           IL MONDO DELLA FANTASTICAZIONE DI GIANNI CELATI





“Io ho sempre scritto per passarmi un po’ di tempo. E questo fatto di passare un po’ il tempo è la cosa migliore dello scrivere. Quando non so cosa fare io scrivo,e sono contento.” Gianni Celati

“Il bello dello scrivere è che non sai dove stai andando e non sai dove andrai a finire. Quando viene fuori una storia è come quando sogniamo. Scrivere è come un vento che ti porta via.” Gianni Celati

Gianni Celati, nato a Sondrio nel 1937, oltre a essere uno dei maggiori narratori italiani viventi,  è traduttore,  critico e saggista atipico, e documentarista. Si tratta di uno scrittore vagabondo e malinconico dallo stile inconfondibile che non ha mai smesso di scrivere e spostarsi. Nell’attuale panorama letterario egli ha sempre mantenuto una posizione defilata, e non ha mai voluto adeguarsi ai diktat dell’industria culturale e del successo di massa a tutti i costi. Celati ha infatti sviluppato l’idea di una letteratura non industriale, non legata alle mode del momento. 
I suoi scritti sono caratterizzati da un’evidente spontaneità e immediatezza, in cui  l’elemento comico fa da sfondo a un’osservazione disincantata e senza preconcetti del mondo e dei fenomeni della vita. Il risultato dell’incontro di queste due idee è la semplicità. Non è un caso, del resto, che tra il 1995 e il 1997, insieme ad altri scrittori, tra cui Ermanno Cavazzoni, Daniele Benati e Ugo Cornia, Celati abbia dato vita a una rivista intitolata Il Semplice[1]. Secondo Celati e il gruppo di scrittori de  Il Semplice, quando si scrive bisogna anzitutto essere semplici, perché è solo con la semplicità che ci si avvicina al nucleo più profondo e misterioso della vita. Scrivere “semplice” non è facile, perché richiede un atteggiamento particolare nei confronti della scrittura e del mondo. Bisogna partire dal presupposto che il mondo esterno è indifferente ai nostri pensieri, e chiede semplicemente di venire descritto, raccontato, evocato, ma non di essere capito[2].
Secondo Celati narrare significa disperdersi, far divagare la propria mente, allontanarsi dagli schematismi e dalle convenzioni, come quando si guardano le nuvole in cielo cercando di indovinarne la forma mutevole.  In tal modo la narrazione trasporta  il lettore in un altro mondo, sottraendolo al peso della realtà. Il neologismo da lui coniato, “fantasticazione”, corrisponde al termine inglese revery, con cui si definisce l’atto del fantasticare. Questa parola rimanda all’idea di una totale distensione e rilassamento del corpo nell’atto della scrittura, che si compie in uno stato di dormiveglia, come se si scrivesse sotto l’impulso di alcuni sogni. Si genera così l’ideale di una scrittura concepita in uno stato che si avvicina alla trance e al sogno[3]. Quello di Celati è un narrare visionario, un raccontare non per spiegare ma per provare a far emergere la vaghezza, rendendo i lettori perplessi e stupefatti davanti allo spettacolo del mondo. Tutta la sua prosa è disseminata di improvvise soluzioni linguistiche che spiazzano chi legge e concorrono a far scivolare la scrittura sul terreno del vago, della suggestione allusiva e indefinita. Il lessico celatiano, infatti, più che indicare con precisione, allude: la parola non si propone di descrivere la realtà in maniera esatta, quanto di accendere l’immaginazione.
Celati è alla costante ricerca di un linguaggio sottratto ai precetti dell’italiano letterario, che riveli un gusto per il parlato e il gergo, con uno sguardo privilegiato alla comicità dei mimi ,dei buffoni e dei folli. La figura del matto, soprattutto nelle sue prime prove letterarie, è una costante del suo universo immaginativo. Le storie di Celati, infatti, sono popolate da personaggi strambi e lunatici, goffi e assurdi, tipici della linea ariostesca emiliana[4].

Tratto da "IL SORRIDENTE E TRAGICOMICO MONDO DEI MATTI- La follia come fonte di comicità nella narrativa italiana dal secondo Novecento fino ai giorni nostri" di Marco Adornetto




















[1] Il Semplice. Almanacco delle Prose,Feltrinelli Editore, Milano 1995-1997
[2] Mattia Mantovani, Gianni Celati,elogio della semplicità, in  La Provincia, 20 Gennaio 2002
[3] Nunzia Palmieri, Gianni Celati. Due o tre cose che so di lui, in Gianni Celati, a cura di Marco Belpoliti e Marco Sironi,  in Riga 28, 2008
[4] La corrente ariostesca è geograficamente attestata in Emilia e include diversi scrittori, tra cui Delfini, Zavattini, D’Arzo, Cavazzoni e Benati. Questa corrente lambisce anche il cinema: di essa fa parte uno dei più grandi registi cinematografici, Federico Fellini. Gli ariosteschi prediligono gli strambi e i lunatici, personaggi che perseguono un proprio ideale o anche soltanto una propria fissazione mentre la vita gli scorre intorno