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lunedì 16 febbraio 2015

La vita a pedali di Paolo Aresi: Una vita consacrata alla bici














Scriveva il grande Dino Buzzati diversi anni fa: "No, non mollare, bicicletta. Se tu capitolassi, non solo un periodo dello sport, un capitolo del costume umano sarà finito,ma si restringerà ancor più il superstite dominio dell’illusione dove trovano respiro i cuori semplici". Cuori semplici sono i personaggi del bel romanzo di Paolo Aresi La vita a pedali, dedicato a uno dei più grandi campioni del ciclismo italiano e mondiale di tutti i tempi, Felice Gimondi, vincitore in carriera di tutti e tre i Grandi Giri, Giro d’Italia (tre volte), Tour de France e Vuelta di Spagna, e di un campionato del mondo su strada.
Fonte di ispirazione del romanzo di Aresi è stato un luogo particolare,il Museo del Falegname di un paese vicino a Bergamo, Almenno San Bartolomeo, in cui si trovano un buon numero di biciclette da lavoro, ciascuna adattata a un mestiere (barbiere, calzolaio, arrotino, etc.) e alcune bici di campioni del ciclismo, tra cui anche quella di Gimondi. Dalla felice unione della storia di Gimondi con quella dei diversi ciclisti dei mestieri, è nato La vita a Pedali, ambientato nel secondo dopoguerra, con sullo sfondo lo scontro tra fascisti e antifascisti e la sana rivalità tra Coppi e Bartali.
Sempre presente nel libro di Aresi è la bici, considerata come un essere animato e magico che dà coraggio, speranza e gioia a chi la utilizza per esigenze di lavoro, per una particolare missione finalizzata al bene o per semplice passione. Si tratta di storie belle di per sé ma che, grazie alla presenza della bicicletta diventano ancora più belle.
La storia di Gimondi parte dall'infanzia, quando il futuro campione sfida i compagni di classe con la sua bici, un’Ardita rosso fiammante, avendo un unico pensiero, quello di raggiungere il traguardo prima degli altri. Continua con un Gimondi leggermente cresciuto, che assiste con il padre all’eroica impresa del suo idolo Fausto Coppi al mondiale su strada di Lugano del 1953, e da quel momento si mette in testa un solo, unico sogno, quello di diventare un campione di ciclismo. E ha il suo felice epilogo con l’adulto Gimondi che realizza il suo sogno trionfando al campionato mondiale di Barcellona del 1973 e battendo il rivale di sempre, il cannibale Eddy Merckx. Gli episodi della vita a pedali di Felice Gimondi sono intervallati da altre storie di vita a pedali, storie di tutti i giorni che hanno per protagonisti ambulanti ciclisti dei mestieri: il calzolaio, il cantastorie, l’arrotino, il panettiere, il caldarrostaio, l’ombrellaio, il gelataio, il fotografo.
Alfredo Martini, indimenticabile CT del ciclismo italiano e grande amico di Gimondi diceva che la bicicletta fa bene perché chi va in bici canta, sorride, fischia, soprattutto pensa. La bici ha fatto sicuramente del bene a Felice Gimondi, che era uno che pedalava sempre, pedalava ogni giorno e pedala ancora oggi. La sua è stata una vita consacrata alla bici, una vita a pedali.









domenica 31 agosto 2014

Brasile 1950 – Brasile 2014: La maledizione del Mondiale in casa

Il Brasile dei Mondiali del 1950 era una nazione umile in cui il calcio, impastato di umanità, si praticava con poche risorse economiche. C’erano i palloni di cuoio con le cuciture e le maglie delle squadre senza scritte. C’era il calcio bailado, fatto con stracci e fantasia. Il Brasile era un paese povero ma anche felice, in cui da mattina a sera per le strade si vedevano frotte di bambini giocare allegri e accontentarsi del poco che avevano. C’è un brano di un bellissimo romanzo di Fabio Stassi, È finito il nostro carnevale (Minimum fax, 2007), che descrive perfettamente l’atmosfera magica che si respirava in quel Brasile del 1950:


I bambini giocavano a pallone contro i muri delle case, per strada, sulle scalinate. Lì quasi nessuno aveva le scarpe. Il calcio era come l’amore, non costava nulla. Un pomeriggio mentre guardavo palleggiare dei ragazzini pieni d’estro su un campo di terriccio, venne giù il temporale più violento che mi avesse mai bagnato. Trovai riparo sotto la tettoia di un capannone. La pioggia si era fatta tempesta, e la tempesta diluvio. Un fiume di fango scorreva davanti ai miei piedi e vedevo baracche di lamiera verniciata scivolare giù dalle colline come biglie di vetro. Eppure, in tutto quel cataclisma, i ragazzini non avevano smesso di giocare. Sfidavano i fulmini con irriverenza. Gareggiavano a chi riuscisse a mantenere la palla più a lungo per aria. Si esibivano in controlli acrobatici, dribblando il vento e l’acqua. Se la loro passione era più forte di tutte le piogge della terra, i brasiliani quell'anno avrebbero di sicuro conquistato la Coppa del Mondo”.

Il Brasile è uno di quei posti in cui il calcio è ragione di vita, in cui un trionfo in Coppa del Mondo basta per far dimenticare povertà e disgrazie. Per il popolo brasiliano quel Mondiale giocato in casa era una questione di vita o di morte. La partita decisiva si giocò il 16 luglio 1950 al Maracanã di fronte a 199.854 spettatori, record di ogni tempo. Il Brasile, per vincere la Coppa, poteva anche pareggiare (allora le regole erano diverse). Fin lì aveva dominato tutte le partite e tutti i tifosi brasiliani erano sicuri che il Brasile avrebbe stravinto anche l’ultima gara. Fu Friaca a portare in vantaggio i brasiliani al 47’. Ma Il grande Juan Alberto Pepe Schiaffino, detto il Dio del pallone, pareggiò i conti per l'Uruguay al 66’. A quel punto il Brasile con il pareggio sarebbe stato ugualmente Campione del Mondo. Ma non si accontentò e si spinse in avanti, esponendosi al contropiede dell’Uruguay. Il minuto della partita che paralizzò tutti i tifosi brasiliani fu il 79’: la grande ala uruguagia Alcides Edgardo Ghiggia si involò sulla destra saltando il suo diretto avversario. Il forte portiere brasiliano Moacir Barbosa Nascimento si aspettava il cross e decise di fare un piccolo passo in avanti. Ma Ghiggia, vedendo il portiere fuori posizione, invece di crossare, tirò rasoterra verso il palo lasciato scoperto. Non ci fu niente da fare, l’Uruguay si portò in vantaggio e mantenne il risultato fino alla fine, vincendo a sorpresa e contro i favori del pronostico il titolo mondiale. 
Ecco come viene descritto questo indimenticabile momento in  È finito il nostro carnevale di Stassi:

A undici minuti dalla fine, Schiaffino finta elegantemente sulla tre quarti e passa la palla a Ghiggia. Ghiggia riceve. Tiro. Goal. Uruguay due. Brasile uno. Moacir Barbosa, il primo portiere nero del Brasile, divenne bianco per il pallore. Nessuno gli avrebbe più perdonato di averla soltanto sfiorato, quella palla. Al fischio finale dell’arbitro, il Maracanã si accasciò come un pappagallino colpito a morte a cui avevano strappato le ali, piuma per piuma, e tagliato la lingua. Come se fosse precipitato da un’altezza vertiginosa sino al centro della terra. Per paradosso, la squadra che lo aveva impallinato si faceva chiamare Celeste. Lo definirono il silenzio più irripetibile della storia del calcio. Chi lo ha ascoltato può confermarlo. Un silenzio di duecentomila persone spacca i timpani e chiude la gola. Molti persero la voce per sempre. Il cronista che commentava la partita per radio abbandonò il suo mestiere. In tutta la nazione, i poveri e gli idealisti presero a suicidarsi”





Il portiere Barbosa, prima di morire a settantanove anni, dopo aver trascorso il resto della sua esistenza nell'indifferenza generale, dirà: “C’è chi dopo trent'anni sconta una condanna per omicidio, la mia invece non è finita neanche dopo cinquanta
In Brasile quel giorno piansero tutti. Fu più di una partita di calcio, fu una tragedia che uccise diverse persone. Alcune morirono di crepacuore, altre si suicidarono.
Il capitano dell’Uruguay Obdulio Varela, detto El Negro Jefe, rimuginò a lungo sul fardello morale della vittoria. Queste sono le parole che il grande scrittore Osvaldo Soriano gli attribuisce in uno splendido racconto-intervista pubblicato il 16 luglio del 1972 nel supplemento culturale del giornale La Opinión: “Loro per quella sera avevano preparato il carnevale più grosso del mondo e se l’erano rovinato. Gliel’avevamo rovinato noi. Mi sentivo male per questo. Sarebbe stato bello vedere quel carnevale, vedere come la gente se la spassava con una cosa così semplice. Noi avevamo rovinato tutto per un titolo, ma cosa importava in confronto a tutta quella tristezza?”

lunedì 13 gennaio 2014

Girardengo, il Campionissimo di Paolo Bottiroli: un eroe sportivo d'altri tempi



Girardengo, il Campionissimo
di Paolo Bottiroli

Italica Edizioni (L’Ammiraglia), 2013


Paolo Bottiroli, originario di Novi Ligure, città famosa per il cioccolato e per aver dato i natali ai due campioni Costante Girardengo e Fausto Coppi, con una scrittura semplice e senza fronzoli retorici tratteggia in modo efficace e felice la mitica figura e la gloriosa carriera del primo Campionissimo del ciclismo. Costante Girardengo è il protagonista indiscusso non solo del libro di Bottiroli, ma anche dello sport a due ruote di inizio Novecento. 

Ai tempi di Girardengo il ciclismo era uno sport eroico e affascinante: i corridori erano dei veri e propri avventurieri che sfidavano il buio, le forature e il fango senza l’aiuto delle ammiraglie, correndo su biciclette molto pesanti che non avevano niente a che fare con quelle leggerissime di adesso. Il ciclismo di cent’anni fa era scandito da ritmi massacranti, e fatto di tappe lunghe fino a  400 km, con partenza a notte fonda e arrivo la sera successiva; era uno sport sicuramente più “pulito”, se rapportato  a quello odierno, in cui non  si faceva ricorso a sostanze dopanti, ma al massimo ad acqua di fonte e a uova fresche a volontà. Il ciclismo,allora, era lo sport più popolare e amato in Italia; e il Campionissimo, appellativo dato a Girardengo dal noto giornalista e direttore della Gazzetta dello Sport Ercole Colombo, fu il primo a infiammare le folle dei tifosi: nessun altro beniamino sportivo all'epoca era capace di radunare un pubblico paragonabile al suo.

Costante Girardengo (a destra una delle belle illustrazioni, ad opera di Alessandro Battara, che corredano il libro) è considerato uno dei più grandi ciclisti di ogni tempo; è un personaggio circondato da un’aura di leggenda, degno di essere accostato agli eroi della mitologia: professionista dal 1912 fino al 1936- anno in cui si ritira dalle corse a 43 anni- nella sua lunga e trionfale carriera riesce a vincere 2 Giri d’Italia, 6 Milano-Sanremo, 3 Giri di Lombardia e 9 campionati italiani su strada consecutivi. Arriva a ottenere 128 vittorie su strada e 967 su pista, in totale 1095 trionfi. Il “Gira” era capace di stravincere, avventurandosi in fughe solitarie di 200 km, con gli avversari che arrivavano mezzora dopo di lui, ma anche di vincere soffrendo all’ultimo colpo di pedale, dopo volate tiratissime. Fu l’eroe e l’idolo della generazione cresciuta dopo la Prima Guerra Mondiale. Il grande giornalista Indro Montanelli fece di Girardengo il mito della sua adolescenza, al pari di Testa di Pietra e del Corsaro Nero. Con l’unica differenza che questi ultimi due erano personaggi inventati e fantasiosi, Girardengo invece era una persona vera, in carne e ossa. Il più giovane conterraneo Fausto Coppi lo vide come un modello da imitare, si appassionò a questo sport grazie alle sue imprese, e successivamente ne ereditò la gloria e il soprannome di Campionissimo. 

In Girardengo, il Campionissimo Paolo Bottiroli ripercorre tutte le vittorie del campione, fa rivivere i dualismi e le battaglie con gli italiani Belloni, Bottecchia e Binda, con i francesi Berenger, Hillarion e i tre fratelli Pelissier, con l’elvetico Suter e il belga Sellier. Non tralascia poi di menzionare l’epica sfida Uomo contro Bicicletta tra Dorando Pietri, uno degli uomini più veloci del mondo, e Girardengo: il grande maratoneta nel 1907 aveva messo in palio due lire per il ciclista che fosse riuscito a compiere due giri della piazza del Mercato di Novi Ligure, prima che lui ne terminasse uno a piedi. Tra lo stupore generale dei presenti un ragazzino sconosciuto, esile e di bassa statura, accettò la sfida e sbalordì tutti, riuscendo ad avere la meglio sul favoritissimo Dorando Pietri. Quel ragazzino era Costante Girardengo e, dopo quell’impresa epica, divenne l’idolo di Novi Ligure. Nel libro si fa riferimento anche alla presunta amicizia tra Girardengo e il leggendario bandito anarchico Sante Pollastro, dovuta alla comune passione per la bicicletta, mezzo utilizzato dal “Gira” per vincere le gare, dal fuorilegge per sfuggire alla polizia dopo una rapina.

L’ultima parte della biografia di Bottiroli è dedicata alla vita di Girardengo dopo aver abbandonato le gare, e a quello che rimane di lui al giorno d’oggi per mantenere vivo il suo ricordo: qualche statua e qualche targa sparsa a Novi Ligure e nei paesi limitrofi, e soprattutto il Museo dei Campionissimi di Novi Ligure, dedicato appunto a Girardengo (oltre che a Coppi), dove si possono trovare, tra le altre cose, le foto che ripercorrono i momenti salienti della sua vita e della sua carriera, una sua bici da strada e la maglietta del Campionato Italiano che Girardengo vinse nel 1921.

Per tentare di aggiungere qualcosa all'interessante e documentato lavoro di Paolo Bottiroli, si può citare una considerazione espressa dallo stesso Girardengo, questa: “L’andare in bicicletta costituisce per me un piacere più che una fatica, un istinto più che un’ abitudine. Direi quasi che l’andare a piedi non sembra per me l’andatura normale. Concepisco la bicicletta come una parte integrale di me stesso”. Costante Girardengo e la bicicletta sono una cosa sola.




sabato 4 gennaio 2014

Tutti primi sul traguardo del mio cuore di Fabio Genovesi - Una favola sportiva per cuori semplici



Tutti primi sul traguardo del mio cuore
di Fabio Genovesi
Mondadori, 2013


Lo Sport riserva sempre grandi imprese e intense emozioni, rappresentando un meraviglioso serbatoio a cui la letteratura può attingere per prelevare storie e racconti. Gli editori italiani, per molti anni, hanno sostenuto che i quotidiani e le riviste sportive erano sufficienti per raccontare lo sport. Negli ultimi tempi, invece, si è assistito a un vero e proprio mutamento di rotta, con  gli editori che si sono finalmente aperti allo sport, pubblicando sempre più libri sportivi in forma di saggi, biografie, romanzi e racconti; emblematico, tra tutti, il caso editoriale dell’autobiografia Open di Agassi, uscita in Italia presso Einaudi nel 2011. Nell’ultimo anno si è assistito a un’ulteriore crescita della letteratura sportiva, tanto che i libri con lo sport dentro sono aumentati del cento per cento. E, nella maggior parte dei casi, si tratta di opere di qualità. Come Tutti primi sul traguardo del mio cuore di Fabio Genovesi, già autore di Versilia Rock City ed Esche vive. 




Quella di Genovesi è una favola per cuori semplici sulle emozioni e le sensazioni che solo lo sport sa dare, in questo caso il ciclismo. Il libro del giovane scrittore di origini toscane è adatto a tutti, anche a chi di ciclismo non capisce nulla. La voce narrante di Tutti primi sul traguardo del mio cuore è Genovesi stesso, che racconta la prima volta in cui, ancora bambino, vide passare il Giro d’Italia in compagnia del mitico zio Aldo. In quell’occasione si alzò un vento magico: era il vento del gruppo, che arrivava enorme e colorato, innescando un’onda travolgente di emozioni. Da quel momento il bambino, ammaliato dall’incantamento prodotto da quel fulmineo passaggio di biciclette e magliette variopinte, comincia ad avere un solo chiodo fisso in testa: al Giro d’Italia, un giorno o l’altro, ci andrà da protagonista. Ma, dopo essersi accorto di non essere tagliato per correre con una bici, a malincuore decide di accantonare il suo sogno. 

Un giorno, però, quando il bambino Fabio Genovesi è diventato grande e ha ormai quarant’anni, arriva la chiamata che non si aspetta, e che risveglia il sogno dal dimenticatoio in cui è stato riposto: il Corriere della Sera gli chiede di partire dietro alla corsa rosa, e di fare una cronaca, tappa per tappa, del Giro d’Italia. Così cominciano le tragicomiche avventure del novello cronista sportivo, in un coinvolgente tour de force, pieno di allegri e appassionanti colpi di scena, che parte da Napoli, va giù in Calabria e in Puglia, e poi risale su verso la Toscana, e da lì sulle Dolomiti, in Slovenia e in Francia, per arrivare, infine, in una lunga giostra sulle alpi, a Brescia.

Fabio Genovesi si definisce un cialtrone che scrive; è invece un grande affabulatore che narra le sue storie con una naturalezza e una semplicità disarmanti. E, attraverso il sapiente e coinvolgente ritmo narrativo impresso da Genovesi, il fortunato lettore può “vedere” paesaggi favolosi e luoghi magici e incantevoli di una bellezza indicibile e soverchiante, lungo i quali si addossa la folla festante e variopinta dei tifosi; può assistere a fughe solitarie avventurose e a volate di gruppo all’ultimo respiro, con i ciclisti accomunati tutti dal sogno di vincere una tappa al giro, o tenere almeno per un giorno la mitica maglia rosa, o più semplicemente arrivare in fondo alla corsa rosa, non importa in quale posizione; e può sentirsi partecipe di esperienze e situazioni esilaranti, che provocano un riso contagioso, come l’incontro con il poeta calabro di paese Minno Minnini, o la paradossalità dovuta al fatto di seguire il Giro d’Italia e di perdersi per le strade della Slovenia. 

Finito il libro, ti viene da ripensare un po’ a quei ciclisti che, sotto un sole cocente che arrostisce la pelle,  o sotto una neve continua che ghiaccia il naso, la bocca e le mani, soffrono per arrivare alla fine della tappa, ma quando ci riescono sono felici. E per un attimo ti sembra di riconoscere, dietro a quelle sofferenze e a quelle felicità sportive, i tuoi giorni complicati, i tuoi pensieri, i tuoi sogni, i piccoli pezzi della tua vita.