lunedì 8 luglio 2013

Rutti della nonna all'uovo fresco che puzza ancora del culo della gallina

"Mia nonna quando faceva i rutti non erano rutti di cocacola e pepsicola. Erano rutti che sapevano di ovo fresco. Mia nonna all'ovo gli faceva un buco con l’unghia lunga del mignolo e se lo beveva. Diceva sempre: -Com'è fresco quest’ovo! Ha ancora la puzza del culo della gallina.”

Ascanio Celestini, "La pecora nera"




    
    Salvador Dalì, "L'Aurora"





Gigi Meroni e la sua amica gallina



                                       
                                     Lucio Battisti  "Il leone e la gallina"

venerdì 28 giugno 2013

Da costa a costa di Lorenzo Bracco e Dario Voltolini: Un tragicomico viaggio a prezzi stracciati

Da costa a costa
di Lorenzo Bracco e Dario Voltolini
BookSprint Edizioni, 2012


Da costa a costa è un libro molto piacevole che racconta l’esilarante viaggio in crociera di due amici, lo psicoterapeuta L e il paziente D. Si tratta di un divertentissimo diario di bordo, scritto a quattro mani da Dario Voltolini (D), uno dei migliori narratori italiani contemporanei, già autore del piccolo capolavoro Forme d’onda, e da Lorenzo Bracco (L), medico di chiara fama.

Per cercare di “leccare le loro ferite” e svagarsi un po’, D e L decidono di fare assieme una settimana di vacanza scacciapensieri e, approfittando della promozione di una crociera a prezzi stracciati, finalmente partono, portandosi nel viaggio i loro modi d’essere, le loro manie e fissazioni, e i loro piccoli problemini.
D, essere sventurato e camaleontico, si trasforma in conseguenza del contesto in cui si trova: è santo quando la gente si aspetta di lui che sia santo, ubriacone quando la gente vuole che lui sia un ubriacone. E se mangia latte o latticini di mucca emette un odore di topo morto.
Il lagnoso e sfortunato L, invece, può mangiare solo cibi senza glutine e ha una gamba rotta, causa di una serie di disavventure che solo a raccontarle ci vorrebbe un altro libro.

I due, eredi marittimi di Don Chisciotte, narrano le loro mirabolanti avventure all’interno della nave, dotata di ogni comfort e con varie strutture ricreative, come la palestra:
Le loro movenze nella sala ginnica sono misurate  precise, agili e leggiadre come due Tir che fanno manovra nell’area di parcheggio dell’autogrill”
e il teatro 
“Il posto in prima fila, che, non si sa come mai, è rimasto libero per noi nonostante il ritardo, offre l’opportunità di vedere lo spettacolo da sotto le gonne delle ballerine.”

Non da meno sono le tragicomiche peregrinazioni dei due amici nelle varie tappe di fermata del percorso, dalla costa adriatica a quella tirrenica: Venezia, Bari, Corfù (con il suo monastero ortodosso di Paleokastritsa, popolato da 8 monaci e 32 gatti), Malta, Napoli, Genova, Marsiglia e Livorno.

Nel libro vengono perfino raccontati gli inconvenienti, incontrati durante il processo di scrittura del diario di bordo, che producono ulteriori lampi di comicità
“Un momento, perché D si è ferito mentre scriveva. Alle parole di L, D che era al computer girò il viso e andò a urtare contro la propria unghia ferendosi la guancia. Comunque si riprende prontamente come un antico guerriero e ricomincia a pestare sul computer.”

Finito il libro ti resta una sensazione di freschezza e di allegria, e sembra quasi che a essere andati in crociera siete stati in tre: tu, Bracco e Voltolini.





giovedì 13 giugno 2013

"Incubi sintetici, deliri artificiali" di Deborah Tagliarini

Incubi sintetici, deliri artificiali
di Deborah Tagliarini
2013


Incubi sintetici, deliri artificiali, opera d’esordio di Deborah Tagliarini, è un libro visionario e racconta la storia di Marina, una giovane donna che, a causa del suo carattere particolare e della sua condotta di vita sopra le righe, non riesce a intrattenere rapporti normali con nessuno. 

Così, mal sopportata dal padre, un giorno viene cacciata fuori di casa e se ne va a vivere da sola. 

Marina adora stare male, le piacciono le situazioni ingestibili, cerca gli amori impossibili, è attratta da tutto ciò che è notturno, pericoloso e auto-distruttivo. 

La protagonista, in preda a continue sbronze e a deliri e incubi di ogni sorta, un giorno incontra Giorgio. A partire da quel momento tutto sembra cambiare nella sua testa e nel suo cuore: Giorgio è per Marina la speranza di una vita migliore, una vita che però alla fine si rivelerà amara.

Lo stile del libro è semplice ed essenziale, ma mai banale. 
Quella di Deborah Tagliarini è una scrittura sottilmente ironica, intrisa di riferimenti musicali e artistici

Katia ha i capelli arruffati e il trucco sbavato. Vista così, sgraziata e malvestita, sembra appena uscita da un bordello o da un quadro di Henri de Toulouse- Lautrec.”


Le ambientazioni dei luoghi sono perfettamente caratterizzate, con un’attenzione minuziosa verso i particolari

“Il paesino in cui risiedo conta circa trentacinquemila abitanti. Posta simmetricamente al centro, troneggia una grossa fontana di pietra corredata di puttino urinante e di graffiti magenta.”


I personaggi vengono rappresentati in modo colorito e con una buona dose di humour, catturati nelle situazioni più ridicole. Non viene risparmiata neppure la protagonista, come nel caso della tragicomica scenetta della sua vestizione prima di recarsi a un matrimonio

“Questa mattina la cerniera del mio vestito elegante non vuole salire. L’ho lubrificata con olio alle mandorle, con olio extravergine, vasellina, brillantina, cera d’api. È l’unico vestito elegante che vanto nel mio guardaroba e, sebbene dopo svariati tentativi la cerniera abbia deciso di compiere la propria scalata, il risultato è comunque disastroso. Spiccano, in rapida successione, la totale assenza di tette, il dosso alcolico, un culo quasi concavo e una fragranza di frittella candita. È l’unico vestito elegante che ho e non posso indossarlo.”


Incubi sintetici, deliri artificiali, pur narrando una vicenda dura e triste, non è il solito libro strappalacrime, ma è una storia dal forte impatto emozionale, piacevole da leggere dall’inizio alla fine.







Il libro può essere acquistato ai seguenti link:




Parte del ricavato del libro sarà devoluta al Centro Studi Giorgio Manganelli (http://manganelli.altervista.org/html), associazione culturale che si occupa di valorizzare e promuovere gli scritti di uno dei più grandi autori italiani del Novecento.







domenica 28 aprile 2013

Gli amori delle tartarughe







Ci sono due tartarughe nel patio: maschio e femmina. Slack! Slack! I gusci sbattono uno sull’altro. E’ la stagione degli amori. Il signor Palomar, non visto, spia. Il maschio spinge la femmina di fianco, torno torno al rialzo del marciapiede. La femmina sembra resista all’attacco, o almeno oppone un’immobilità un po’ inerte. Il maschio è più piccolo e attivo; si direbbe più giovane. Prova ripetutamente a montarla, da dietro, ma il dorso del guscio di lei è in salita e lui scivola. Ora dovrebbe essere riuscito a mettersi nella posizione giusta: spinge a colpi ritmici, pausati; a ogni colpo emette un ansito, quasi un grido. La femmina sta con le zampe anteriori appiattite sul terreno, il che la porta a sollevare la parte di dietro. Il maschio annaspa con le zampe anteriori sul guscio di lei, tendendo il collo in avanti, sporgendosi a bocca aperta. Il problema con questi gusci è che non c’è modo d’afferrarsi, e del resto le zampe non fanno nessuna presa. Ora lei gli sfugge, lui la rincorre. Non che lei sia più veloce né molto decisa a scappare: lui per trattenerla le dà dei piccoli morsi a una zampa, sempre la stessa. Lei non si ribella. Il maschio, ogni volta che lei si ferma, tenta di montarla, ma lei fa un piccolo passo avanti e lui scivola e batte il membro per terra. E’ un membro abbastanza lungo, fatto a gancio, con cui si direbbe lui riesca a raggiungerla anche se lo spessore dei gusci e la positura malmessa li separano. Così non si può dire quanti di questi assalti vadano a buon fine, quanti falliscano, quanti siano solo gioco, teatro.  E’ estate, il patio è spoglio, tranne un gelsomino verde in un angolo. Il corteggiamento consiste nel fare tante volte il giro del praticello, con inseguimenti e fughe e schermaglie non delle zampe ma dei gusci, che cozzano con un ticchettio sordo. E’ tra i fusti del gelsomino che la femmina cerca d’intrufolarsi; crede – o vuol far credere – che lo fa per nascondersi; ma in realtà quello è il modo più sicuro per restare bloccata dal maschio, immobilizzata senza scampo. Ora è probabile che lui sia riuscito a introdurre il membro come si deve; ma stavolta stanno tutti e due fermi fermi, silenziosi. Quali siano le sensazioni di due tartarughe che s’accoppiano, il signor Palomar non riesce a immaginarselo. Le osserva con un’attenzione fredda, come se si trattasse di due macchine: due tartarughe elettroniche programmate per accoppiarsi. Cos’è l’eros se al posto della pelle ci sono piastre d’osso e scaglie di corno? Ma anche quello che noi chiamiamo eros non è forse un programma delle nostre macchine corporee, più complicato perché la memoria raccoglie i messaggi d’ogni cellula cutanea, d’ogni molecola dei nostri tessuti e li moltiplica combinandoli con gli impulsi trasmessi dalla vista e con quelli suscitati dall’immaginazione? La differenza sta solo nel numero dei circuiti coinvolti: dai nostri recettori partono miliardi di fili, collegati col computer dei sentimenti, dei condizionamenti, dei legami tra persona e persona… L’eros è un programma che si svolge nei grovigli elettronici della mente, ma la mente è anche pelle: pelle toccata, vista, ricordata. E le tartarughe, chiuse nel loro astuccio insensibile? La penuria di stimoli sensoriali forse le obbliga a una vita mentale concentrata, intensa, le porta a una conoscenza interiore cristallina… Forse l’eros delle tartarughe segue leggi spirituali assolute, mentre noi siamo prigionieri d’un macchinario che non sappiamo come funziona, soggetto a intasarsi, a incepparsi, a scatenarsi in automatismi senza controllo…Capiranno meglio se stesse, le tartarughe? Dopo una decina di minuti d’accoppiamento, i due gusci si staccano. Lei avanti, lui dietro, riprendono a girare intorno al prato. Adesso il maschio resta più distaccato, ogni tanto annaspa con una zampata sul guscio di lei, le si mette un po’ addosso, ma senza molta convinzione. Tornano sotto il gelsomino. Lui le morde un po’ una zampa, sempre nello stesso punto.

Tratto da Palomar di Italo Calvino, Einaudi 1983




mercoledì 3 aprile 2013

L'ultimo ballo di Charlot di Fabio Stassi: un mondo di risate e lacrime


L’ultimo ballo di Charlot è un libro sorprendente, scritto con semplicità e leggerezza da un giovane scrittore di origine siciliana.

Fabio Stassi con il suo romanzo si è inventato una bella favola, ambientata in un mondo fatto di risate e lacrime; la Morte in persona va a trovare ogni Natale un vecchio e arrugginito Charlie Chaplin che, per aver salva la vita, deve farla ridere. In questo strano patto Chaplin riesce a prolungare la propria esistenza, potendo così restare accanto al proprio figlio ancora piccolo al quale scrive, prima di morire, una lunga lettera in cui racconta i momenti più emozionanti della sua avventurosa vita.
La mia memoria è un  guardaroba così inverosimile che non so più se quello che contiene l’ho vissuto realmente oppure l’ho sognato. Non ci può essere, per me, un confine chiaro tra tutte le cose che mi sono accadute e quelle che non ho smesso di inventare solo nella mia testa.

E così comincia la storia di Charlie che, molto giovane, lascia la famiglia, comincia a girovagare per il mondo in cerca di fortuna, e per poter campare svolge attività di ogni genere: maratoneta, venditore di fiori, maggiordomo, strillone di giornali, imbalsamatore di animali, pugile e allenatore di pugili, tipografo, venditore di caramelle
Più che ai bambini vendevamo caramelle ai vecchi. Mi riempivano il negozio, in certe ore della giornata, come stormi di uccelli migratori che si posano sui rami di un albero, e mentre gli pesavo un etto o due di zuccherini, si sedevano da una parte e beccheggiavano i loro ricordi per interi pomeriggi.”

Ma tutti questi mestieri, come nel caso della breve esperienza di garzone di barbiere, si rivelano incompatibili con la sua vera natura di comico vagabondo
Il mio compito era quello di insaponare le facce della gente. Non puoi credere quanto siano diverse una dall’altra: ruvide spigolose grasse…mi veniva naturale imitarle allo specchio mentre gli massaggiavo le guance, era più forte di me. Chi aspettava il suo turno mi spiava da dietro le spalle e presto l’intera bottega scoppiava a ridere. In pochi giorni, i clienti più permalosi mi fecero cacciare”.

Stassi ripercorre gli avvenimenti romanzati dell’avventurosa vita di Charlie Chaplin, dai primi innamoramenti (“Vedrai come succede le prime volte: ti manca il fiato, la notte ti giri nel letto senza dormire e cominci a fare un mucchio di cose stupide.”), alla sua indimenticabile esperienza al circo, luogo in cui conosce Stan Laurel (“Solo uno era più bravo di me, anche se doveva farsi le ossa: un ragazzo magrolino dall’aria pasticciona, i capelli dritti e gli occhi perennemente sul punto di lacrimare. Sembrava un ballerino che danzava sulle punte lungo un confine di gesso tra realtà e sogno, con una leggerezza che non avevo riconosciuto in nessun acrobata. La sua invenzione più geniale fu farsi passare per stupido di fronte al mondo intero, come se si fosse isolato per sempre in un angolo della sua adolescenza.”)

È un Charlie Chaplin, la cui vita è come il suo modo di camminare fin da bambino, “sul bordo delle strade, un piede dopo l’altro, come un acrobata sul filo.”

Finché un giorno ecco la svolta della sua esistenza: indossa per caso un paio di calzoni sformati, un gilè e una giacca troppo stretti,due scarpe enormi e logore, una bombetta, un bastone e una cravatta a farfalla. Si agita i capelli, si incolla sotto al naso un paio di baffetti neri. È così che nasce la leggenda di Charlot, “il clown vagabondo, il buffone irriverente, il bambino capriccioso che fa le boccacce e ha le mani sporche.” 

Nasce con Charlot una comicità spontanea che riempie gli occhi di risate e lacrime
“Il trucco è sempre lo stesso: fare in modo che il mondo appaia rovesciato, sottosopra. La comicità è una capriola che irride i ricchi, rimette le cose a posto e ripara le ingiustizie. Chiude le porte ai prepotenti e le fa aprire ai deboli e agli indifesi, anche solo per il lampo di un sorriso. È quest’incredulità che ci riempie gli occhi di lacrime. Suscitare il riso e le lacrime è stata la mia infantile protesta contro la miseria, la malattia e il disprezzo, il mio rifiuto dell’odio e di tutte le forme sbagliate che finiscono per governare le relazioni umane. È stupefacente a pensarci quanto sia facile a contagiarsi l’allegria e quanto triste e malato sia invece il mondo.”.

Perché, come dice Charlot, un giorno senza sorriso è un giorno perso.









giovedì 7 marzo 2013

Le donne quando ridono-Paolo Albani




Mi piacciono le donne quando ridono. Mi piacciono perché quando ridono, specie se lo fanno di cuore, lasciandosi andare, alle donne succede che il seno gli comincia a ballonzolare tutto, a muoversi per via dei sussulti che il riso provoca. Questo accade di certo alle donne che hanno un seno florido, esuberante, che sembra voglia prendere il volo e accomiatarsi dallo scollo non sempre contenuto delle loro camicette. E poi ce n’è di quelle – almeno così mi ha detto Monica – che quando ridono, poiché lo fanno mettendoci un po’ di malizia e in modo prolungato, alla fine gli diventa turgido il capezzolo, che quasi non se ne accorgono. Loro ridono, ridono e intanto piano piano gli si allunga il capezzolo e s’irrigidisce da solo, senza bisogno di alcun toccamento. Non so se questo sia vero, o se Monica me l’abbia detto solo per compiacermi perché una volta, a una mostra, le ho confessato che le donne quando ridono mi piacciono da impazzire, non so, ma hanno un fascino speciale, irresistibile. 
 In effetti quando vedo una donna che ride, e mi accorgo che ha un seno prosperoso, e magari si vede che non porta il reggiseno, mi viene subito da pensare che quando ride, sotto i vestiti, il seno le balla tutto, le va su e giù, ondeggia come una coppa di gelatina particolarmente morbida. Perciò vederle ridere, le donne, è uno spettacolo che fa bene allo spirito, lo trovo sensuale, rincuorante. Mi eccita immaginare che il seno di una donna mentre ride si muove seguendo la cadenza fuori controllo delle risate, che anche lui, il seno, a suo modo ride partecipando generoso ai fremiti di quel momento di allegria. Fra la bocca di una donna che ride e il seno che le oscilla leggermente scomposto sotto la camicetta esiste una sorta di complicità, d’intesa che si accende e si riproduce solo in quello stato di abbandono liberatorio di cui il riso è responsabile.
 
 Un’altra cosa che mi piace, e non poco, delle donne quando ridono sono gli occhi. Alcune quando ridono gli brillano gli occhi come due fiammiferi accesi; dentro gli occhi gli si vede un qualcosa che non si vede quando le donne stanno in atteggiamento normale o sono pensierose, un qualcosa di profondo, quasi di spirituale mi verrebbe da dire, senza esagerazione, anche perché la parola «spirituale» me ne ricorda un’altra, «spiritoso», che con il riso si coniuga bene. Forse mi sbaglio, ma a me sembra che gli occhi di una donna quando ride diventano magnetici, più intensi, e quindi sono più autentici. Altre donne invece - è il caso di Monica ad esempio - quando ridono gli occhi li tengono chiusi, non li aprono fintanto che ridono e magari gli vengono le lacrime, e questa di nuovo è una cosa che mi eccita, perché mi viene da pensare che è così che le donne tengono gli occhi quando danno un bacio o fanno all’amore. Che meraviglia!
 
 C’è ancora un altro movimento che mi piace nelle donne quando ridono, ed è quello che le donne compiono quando si piegano in avanti nel momento in cui ridono, e assumono una posizione quasi a angolo retto tenendosi lo stomaco con le braccia unite, che se hanno i pantaloni stretti, attillati, ad esempio i blue jeans, quando si piegano in due e lasciano cadere i capelli sul volto, se hanno i capelli lunghi ben inteso, allora in quella posizione non proprio ortodossa le rotondità del loro fondoschiena si accentuano, risaltano maggiormente (sempre che uno osservi la scena di una donna che ride standole alle spalle), e anche questo è uno spettacolo eccitante, legato al modo singolare, unico che hanno le donne di ridere, uno spettacolo che è bello da vedersi e tutte le volte che si ripete mi manda in estasi.
 
Monica mi ha detto che una volta, in casa di amici, dopo una battuta cretina di un tale che aveva un pizzetto da capretta tibetana, lei si è messa a ridere a crepapelle. Un po’ per l’idiozia scoraggiante della battuta, un po’ per il pizzetto ridicolo di quel tale, ha iniziato a ridere in modo così impetuoso e convulso che a un certo punto non ce l’ha fatta più, non è riuscita a trattenersi e alla fine (meno male che aveva la gonna) si è bagnata, provando lì per lì una grande vergogna tanto che avrebbe voluto scappare via, anche se nessuno per fortuna si era accorto dell’incidente. Allo stesso tempo però, con la sua aria candida, Monica ha aggiunto che, mentre rideva, sentirsi addosso quel liquido caldo che le inumidiva l’attaccatura delle cosce, le ha procurato una sensazione gradevole, sfacciatamente libidinosa. E io, per quanto mi riguarda, se devo essere sincero, nel momento in cui Monica mi raccontava quell’episodio, mi sono eccitato moltissimo pensando a lei, in gonna, che si bagnava ridendo come una pazza davanti ai suoi amici, ignari del piccolo cedimento che le era capitato. Una ragione in più per farmi piacere le donne quando ridono…
 
Negli ultimi tempi non appena mi sono reso conto che Monica  si era fatta seria e svogliata durante i nostri incontri, e rideva sempre meno, e se lo faceva gli veniva una roba finta, artificiosa, ho immediatamente realizzato che qualcosa non andava più fra noi, che forse lei si era stancata di me. E infatti non mi sbagliavo: dopo un po’ ci siamo lasciati, senza drammi, restando per quanto possibile buoni amici, anche se la fine della nostra storia mi ha rattristato molto perché adoravo quel suo modo voluttuoso e impertinente di ridere.





Questo testo è uscito su il Caffè illustrato, 51, novembre/dicembre 2009, p. 10. 

venerdì 15 febbraio 2013

Inchiostro Alcolico: Le città invisibili di Italo Calvino


L’AUTORE IN BREVE

Italo Calvino è uno dei massimi scrittori italiani del Novecento. Nasce a Cuba nel 1923 ma proviene da una famiglia di origini sanremesi. Quando ha ancora due anni ritorna in Italia con  i suoi; il luogo di nascita costituirà quindi solo un dato anagrafico, tanto che egli si dirà sempre italiano, e precisamente ligure. Oltre ad aver scritto racconti e romanzi, è stato traduttore, consulente editoriale presso Einaudi, e ha collaborato per diversi quotidiani tra cui L’Unità, Il Corriere della sera e La Repubblica. Tra le sue opere più importanti spiccano Il sentiero dei nidi di ragno (1947), Ultimo viene il corvo (1949), Il visconte dimezzato (1952), Fiabe italiane (1956), Il barone rampante (1957), Il cavaliere inesistente (1959), Marcovaldo (1963), Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979) e Palomar (1983).


IL LIBRO

Le città invisibili è uno di quei classici che resiste al tempo, riscuotendo ancora oggi un’enorme fortuna. Si tratta di un’opera onirica, spiazzante e non catalogabile: sono cinquantacinque le città invisibili, costruite da Italo Calvino con la leggerezza di un architetto strampalato. Il libro è nato a poco a poco, una città ogni tanto, a seconda dell’estro e dall’ispirazione giornaliera dell’autore che tra il 1964 e il 1970, durante il suo soggiorno parigino, mise su carta impressioni,visioni e annotazioni. Lo scrittore ligure pensò di integrare e intervallare questi ritratti di città immaginarie con un dialogo tra due personaggi molto particolari: Kublai Khan, imperatore dei Tartari e potente che tutto possiede, e Marco Polo, il più grande viaggiatore della letteratura che possiede soltanto la proprietà del racconto. Il mercante veneziano, nel raccontare all’imperatore le sue “città mentali”, si esprime sì attraverso le parole, ma riesce a farlo anche solo con gesti, salti, grida di meraviglia e di orrore, latrati di animali, o oggetti (tamburi,pesci salati, conchiglie, ventagli, noci di cocco, piume di struzzo) che estrae dalle sue bisacce e dispone come pezzi degli scacchi, improvvisando in base a essi straordinarie pantomime, che il sovrano interpreta a proprio piacimento, girando con la mente e con l’immaginazione intorno al racconto di Marco. Nei viaggi mentali dell’uno e nell’ascolto e nelle domande insistenti e quasi ossessive dell’altro tutte le miniature di città trovano così il loro posto e il loro senso, facendo de Le città invisibili uno dei capolavori della letteratura italiana del Novecento. Nel libro non si trovano città riconoscibili, sono tutte città inventate, chiamate da Calvino ognuna con un nome di donna: c’è Isidora con il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; Bauci, città che si trova sulle nuvole; Eufemia, in cui gli abitanti si scambiano racconti; Cloe, in cui gli sconosciuti si scambiano sguardi lussuriosi; Zemrude, città che dipende dall’umore di chi la guarda; Adelma, in cui si possono rivedere i parenti e gli amici morti. E poi ancora tanti altri piccoli gioielli di “città leggere”, edificate da Calvino per mezzo di una felice fantasia onirica e visionaria che suscita continue ed emozionanti sorprese nel lettore. Lo scrittore ligure però nel suo libro non ha voluto soltanto evocare un’idea atemporale di città, ma anche una discussione sulla città moderna. Le città invisibili si configurano infatti come un ultimo poema d’amore alle città nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle a pieni polmoni, a causa di enormi problemi come la distruzione dell’ambiente naturale e l’inquinamento. Nel libro si polemizza contro la trasformazione recente delle città di provincia in metropoli ad alto tasso di tecnologia e d’inquinamento che danneggiano in modo irreversibile il paesaggio e l’ambiente. Per Calvino la città ideale sembra essere molto lontana dalle odierne metropoli "futuristiche", lanciate in un estenuante cambiamento verso il nuovo, che non hanno alcun riguardo nei confronti dell’ambiente e della natura; solo una città che consenta ai suoi abitanti di vivere compiutamente in perfetta sintonia con la natura, rispettandola e godendone i frutti, può essere ritenuta una città vivibile. Così Calvino, nell’intento di evocare città migliori di quelle odierne, si affida alla sua immaginazione sfavillante e alla sua scrittura cristallina, leggera e giocosa, tramutando le città invivibili di oggi in quelle surreali del libro, città migliori che in qualche momento raggiungono la perfezione.


Un Inchiostro Sanremese cristallino, leggero e giocoso

Fuori s’estende la terra vuota fino all’orizzonte, s’apre il cielo dove corrono le nuvole. Nella forma che il caso e il vento danno alle nuvole l’uomo è già intento a riconoscere figure: un veliero, una mano, un elefante…”

“Le descrizioni di città visitate da Marco Polo avevano questa dote:che ci si poteva girare in mezzo col pensiero,perdercisi,fermarsi a prendere il fresco, o scappare via di corsa.”

“Nel più remoto gabinetto dei papiri, in una nuvola di fumo, mi apparvero gli occhi inebetiti d’un adolescente sdraiato su una stuoia, che non staccava le labbra da una pipa d’oppio.”

“A Ipazia devi entrare nelle scuderie e nei maneggi per vedere le belle donne che montano in sella con le cosce nude e i gambali sui polpacci, e appena s’avvicina un giovane straniero lo rovesciano su mucchi di fieno o di segatura e lo prendono con i saldi capezzoli.”

“È l’umore di chi la guarda che dà alla città di Zemrude la sua forma. Se ci passi fischiettando, a naso librato dietro al fischio, la conoscerai di sotto in su: davanzali, tende che sventolano,zampilli. Se ci cammini col mento sul petto, con le unghie ficcate nelle palme, i tuoi sguardi s’impiglieranno raso terra, nei rigagnoli, i tombini, le resche di pesce, la cartaccia.”

“D’abitudine il Gran Kan terminava le sue sere assaporando a occhi socchiusi questi racconti finché il suo primo sbadiglio non dava il segnale al corteo dei paggi d’accendere le fiaccole per guidare il Sovrano al Padiglione dell’Augusto Sonno. Ma stavolta Kublai non sembrava disposto a cedere alla stanchezza.- Dimmi ancora un città, - insisteva.”

“È difficile fissare sulla carta le vie delle rondini, che tagliano l’aria sopra i tetti, calano lungo parabole invisibili ad ali ferme, scartano per inghiottire una zanzare, risalgono a spirale rasente un pinnacolo, sovrastano da ogni punto dei loro sentieri d’aria tutti i punti della città.”

“Si arriva a un momento nella vita in cui tra la gente che si è conosciuta i morti sono più dei vivi. E la mente si rifiuta d’accettare altre fisionomie, altre espressioni: su tutte le facce nuove che incontra, imprime i vecchi calchi, per ognuna trova la maschera che s’adatta di più.”

A Raissa, a ogni momento c'è un bambino che da una finestra ride a un cane che è saltato su una tettoia per mordere un pezzo di polenta caduto a un muratore che dall'alto dell'impalcatura ha esclamato: -Gioia mia, lasciami intingere!- a una giovane ostessa che solleva un piatto di ragù sotto la pergola, contenta di servirlo all'ombrellaio che festeggia un buon affare, un parasole di pizzo bianco comprato da una gran dama per pavoneggiarsi alle corse, innamorata di un ufficiale che le ha sorriso nel saltare l'ultima siepe, felice lui ma più felice ancora il cavallo che volava sugli ostacoli vedendo volare in cielo un francolino, felice uccello liberato dalla gabbia da un pittore felice d'averlo dipinto piuma per piuma picchiettato di rosso e di giallo nella miniatura di quella pagina del libro in cui il filosofo dice: -Anche a Raissa, città triste, corre un filo invisibile che allaccia un essere vivente a un altro per un attimo e si disfa, poi torna a tendersi tra punti in movimento disegnando nuove rapide figure cosicché in ogni secondo la città infelice contiene una città felice che nemmeno sa d'esistere."

“L’Inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”


Com'è bella la città di Giorgio Gaber